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Un’analisi pressoché perfetta

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22 aprile 2011

Egregio direttore,
posso permettermi di consigliare ai frequentatori di questa rubrica la lettura dell’intervento di Gian Marco Martignoni (cfr. lettera n. 267), un’analisi pressoché perfetta del momento attuale sia sul piano politico sia su quello linguistico-espressivo, cioè ideologico-culturale? La nota di Gian Marco appartiene, infatti, a quel tipo di interventi che è opportuno, una volta letti, archiviare nel proprio computer.
Da parte mia, concordo con l’autore della lucida e penetrante disàmina or ora menzionata su tutto, tranne che su un punto, laddove egli evoca “il populismo di destra” che “su scala europea ed internazionale alimenta le politiche volte a carpire il consenso proprio attraverso la propaganda razzista e securitaria”. Fermo restando che il mio dissenso è di natura terminologica ed espressiva, giacché sono certo che non investe il contenuto concettuale dell’uso della categoria di ‘populismo’, obietterei a Gian Marco che il populismo è sempre di destra, cioè reazionario, e che l’espressione ‘populismo di destra’, lungi dall’essere disgiuntiva e dall’implicare una variante di sinistra, è semplicemente pleonastica e ridondante. In effetti, il populismo è una corrente politico-ideologica contemporanea che si manifesta in differenti àmbiti storici e geografici: da quello comunitarista e razzista, che costituisce il riferimento della pratica sociale della Lega, a quello ruralistico e anti-industriale, che ha costituito storicamente il riferimento del populismo nella sua variante russa e americana alla fine dell’Ottocento oppure nella versione fascista italiana e tedesca degli anni Trenta del ’900 (né escluderei quelle forme di populismo che si manifestano in certi ambienti della sinistra e che trovano la loro espressione intellettuale nelle teorie della ‘decrescita’). Ciò che accomuna tutte queste varianti del populismo è l’essenza reazionaria, che inibisce a tali movimenti, ancorché declinati in direzione progressista e financo rivoluzionaria, di assolvere una funzione che non sia regressiva e divisiva nel conflitto sociale. Il populismo, infatti, sostituisce la speranza e la consolazione, quando non il pregiudizio e il risentimento, alla conoscenza e alla consapevolezza, come ebbe a rilevare Alberto Asor Rosa nel suo corrosivo saggio, risalente alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso, su “Scrittori e popolo” (sottotitolo: “Il populismo nella letteratura italiana contemporanea”). In altri termini, il populismo è sempre intimamente reazionario in quanto, rinunciando a distinguere fra lo sviluppo delle forze produttive, i rapporti di produzione e il ricambio organico fra la natura e la società, cade nel feticismo e colloca l’utopia nel passato, non nel futuro.

Eros Barone

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