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Un incubo senza fine: l’Unione Europea

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20 giugno 2011

L’attuale crisi economica, con il collasso finanziario della Grecia (e la sua probabile fuoriuscita
dalla Ue), le gravi difficoltà del Portogallo e della Spagna, le crescenti difficoltà dell’Italia,
sta finalmente incrinando il consenso dell’opinione popolare (ma non ancora dei sindacati e
dei partiti della sinistra del nostro paese) verso l’unificazione europea, ossia verso un potere
autoritario, monetarista e iperliberista. Se, da un lato, l’euro sta diventando un vero e proprio
incubo per le grandi masse lavoratrici e per gli stessi ceti medi in via di proletarizzazione, che
hanno visto pesantemente ridursi, con il passaggio alla moneta unica, i loro redditi e il loro potere
di acquisto, è doveroso osservare, dall’altro, che nessun processo di reale unificazione e di effettiva
centralizzazione dell’intera politica economica ha accompagnato, compensandola, la perdita di
sovranità subìta da ciascuno Stato membro dell’Unione. Per contro, su questioni cruciali come
quelle del pieno impiego e della distribuzione della ricchezza e dei redditi si è andata determinando
nel continente una situazione di totale irresponsabilità politica da parte dei governi e dei Parlamenti
dei singoli paesi.
 
Orbene, tra anni ’60 e anni ’70 la crescita della ricchezza e dei conflitti redistributivi aveva creato
rapporti di forza favorevoli al lavoro dipendente, mentre è noto che politiche dei redditi capaci
di tenere sotto controllo le tensioni sociali comportano la presenza di uno Stato sociale diffuso e
costoso, sostenuto da forme di prelievo fiscale improntate a criteri di forte progressività. Ma, grazie
al combinato disposto del Trattato di Maastricht (1992), del Patto di stabilità di Amsterdam (1997),
della direttiva Bolkestein (2006) e del Trattato di Lisbona (2007), con il sostegno di una martellante
campagna propagandistica, le classi dominanti dei vari paesi europei sono riuscite a far passare la
rinuncia, da parte dei rispettivi governi, a mantenere alti livelli di occupazione come imposta da
vincoli tecnici oggettivi, con il risultato di una perdita di sovranità nazionale, presentata anch’essa
come una perdita derivante da circostanze ineluttabili. È fuor di dubbio che tale sensazione di
ineluttabilità, e di conseguente deresponsabilizzazione, sia stata il fattore che ha consentito ai
governi europei di tenere in molto minor conto le ripercussioni sociali, economiche e politiche dei
percorsi deflazionistici e di classe che sono stati seguìti. Siamo arrivati al punto che, quando si
fa il bilancio di un’esperienza di governo, ci si limita a indicare i risultati ottenuti nel rispettare i
vincoli comunitari alla finanza pubblica, trascurando ogni considerazione relativa al benessere della
popolazione, all’accrescimento della ricchezza nazionale e alla sua distribuzione.
 
L’abbandono delle politiche di pieno impiego nel corso degli ultimi trent’anni ha notevolmente
accresciuto in Europa il potere del capitale e dei suoi agenti e rappresentanti, determinando una
massiccia redistribuzione a favore delle fasce più ricche della popolazione. Grazie all’aumento
della disoccupazione, i salari hanno teso a crescere meno della produttività, con il conseguente
aumento dei margini di profitto, particolarmente marcato nel caso italiano. Questa connessione
tra l’andamento della disoccupazione e l’andamento della distribuzione trova pieno riscontro nei
dati statistici, dai quali si evince che in tutti i principali paesi europei il tasso di disoccupazione
è notevolmente cresciuto, la quota dei profitti aumentata e la quota dei salari diminuita, laddove
in Italia il fenomeno è ancor più marcato, ed anche più grave, perché l’Italia partiva da un livello
 
più basso. Grazie, poi, alla completa liberalizzazione dei movimenti di capitale e alla conseguente
concorrenza fiscale tra gli Stati per trattenerli e attirarli, i sistemi fiscali sono diventati più generosi
nei confronti del risparmio e della ricchezza privata e la loro progressività generale ne è risultata
notevolmente diminuita a fronte del ridimensionamento della spesa sociale e del contemporaneo
aumento di imposte e contributi sui redditi da lavoro.
 
Dal canto suo, la maggior parte della cultura economica accademica ha dato il suo solerte
sostegno a questa vera e propria restaurazione: come al solito, essa si è lasciata entusiasticamente
arruolare. Secondo il modo oggi dominante di ragionare, per il buon funzionamento dell’economia,
nonché per un’adeguata tutela degli interessi delle generazioni future, sarebbe bene che tutte le
principali decisioni di politica economica fossero sostanzialmente sottratte al processo politico,
ossia alle istituzioni della democrazia rappresentativa. Largamente condivisa è, inoltre, la tesi
secondo cui la politica economica, nel suo complesso, dovrebbe essere resa indipendente dagli
interessi che si contrappongono nella società, dunque dalla politica, affinché ‘neutralità tecnica’
e ‘oggettività funzionale’ possano divenirne le determinanti essenziali. Non solo, dunque, la politica
monetaria, come già è stato realizzato attraverso l’indipendenza politica della Banca Centrale
Europea, ma anche le politiche fiscali e di bilancio sarebbe auspicabile che venissero delegate a
tecnici politicamente irresponsabili, capaci di gestirle aderendo strettamente a regole stabilite a
priori, senza doversi preoccupare del problema del consenso e dei rischi della non rielezione.
 
Viene da osservare che simili tesi, originariamente concepite in ambienti accademici statunitensi,
hanno trovato un terreno decisamente più fertile in Europa, insieme con la loro applicazione
concreta. Negli Usa la politica della Federal Reserve di Alan Greenspan non è stata affatto
determinata dalla aderenza a qualche regola prefissata di politica monetaria (anzi, discrezionalità e
adattamento alle circostanze hanno nettamente prevalso). Lo stesso discorso vale per il successore,
Ben Shalom Bernanke, che, a forza di abbassare progressivamente il tasso di interesse base, lo ha
azzerato. La politica di bilancio, con i bilanci in disavanzo degli ultimi nove anni, è andata nella
stessa direzione, in risposta all’indebolimento sia degli incentivi all’investimento sia dei consumi
delle famiglie.
 
Perché dunque negli Usa teoria economica dominante e ortodossia finanziaria paiono esercitare
un’influenza molto minore che in Europa? La vera ragione sta nel fatto che l’obiettivo di un
cambiamento nei rapporti tra capitale e lavoro in Europa era molto più radicale che non negli Usa,
e che tale obiettivo non poteva essere raggiunto senza politiche deflazionistiche di volta in volta
presentate e fatte accettare come funzionali al buon andamento dell’economia e, in ogni caso, come
ineluttabili. In realtà, la cortina fumogena degli argomenti escogitati dagli economisti riesce sempre
meno a nascondere l’anima autoritaria e iperliberista del progetto europeo. Inoltre, gli allargamenti
dei confini europei, con l’Europa a 27, hanno reso evidente a tutti come quello dell’unificazione
politica sia stato sempre e soltanto uno specchietto per le allodole, avente lo scopo di facilitare
l’accettazione, da parte dei popoli europei, degli svantaggi derivanti dalla rinuncia all’autonomia
monetaria e a buona parte di quella fiscale da parte dei rispettivi governi. Deriva autoritaria e
orientamento classista caratterizzano l’eurosistema, che non a caso ha sempre trovato in Italia,
da Padoa Schioppa a Tremonti, agenti locali ben disposti a fungere da ‘ascari’ delle politiche
di massacro sociale della Bce e del Fmi. Come afferma Giuseppe Guarino nell’ultimo capitolo
 
del suo libro “Eurosistema. Problemi e prospettive” (2006), «sovranità, nel concetto moderno,
è democrazia» e «nella misura in cui la sovranità è progressivamente sottratta dall’eurosistema
agli Stati, di tanto scemano il carattere e i contenuti della democrazia»: una verità che la crisi
economica mondiale, sfociata in una depressione destinata a durare molti anni, sta confermando
con impressionante evidenza. Quanto tempo occorrerà per decidersi ad evadere dalla prigione di
Maastricht?
Enea Bontempi

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