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Un operaio scrive al segretario nazionale della Fiom

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2 novembre 2012

Egregio direttore,
la risposta di Antonio Lamorte, uno dei tre operai licenziati alla Fiat di Melfi, al segretario nazionale della Fiom Cgil, Giorgio Airaudo, il quale ha proposto la candidatura di alcuni operai alle prossime elezioni, merita una riflessione. In primo luogo, occorre sottolineare la risposta, improntata ad orgoglio e dignità, che Lamorte ha dato rifiutandosi di andare in soccorso dei partiti social-liberisti e socialdemocratici che in tutti questi anni o hanno rappresentato gli interessi dell’avversario di classe o non sono stati in grado, a causa dell’opportunismo costituzionale che li caratterizza, di rappresentare i bisogni della classe operaia e delle masse lavoratrici. Occorre, però, aggiungere che, da un punto di vista marxista e comunista, non si può essere d’accordo con le motivazioni che Lamorte adduce per giustificare la sua scelta. Egli, infatti, si limita a rivendicare la propria volontà di essere un operaio e di rimanere un uomo che vuole soltanto «guadagnare un salario». Afferma, inoltre, di non voler «fare politica» e chiede semplicemente «a chi dovrebbe
rappresentarci, di farlo finalmente o di avere la coscienza di ritirarsi, se crede di non farcela».
Il limite di questo operaio è che egli si identica esclusivamente come “salariato”, come semplice “venditore di forza-lavoro” e non come appartenente ad una classe che ha il compito storico di superare il capitalismo e di costruire la società socialista. La sua lettera è lo specchio della carenza di coscienza di classe e, in generale, della debolezza del fattore soggettivo all’interno del movimento operaio del nostro paese. In realtà, il sistema capitalistico, in particolare oggi, inibisce anche l’elementare aspirazione dell’operaio a “guadagnarsi il giusto salario”. Esso è l’inferno per il lavoratore e la negazione più radicale della sua personalità. Per il padrone sopravvivi soltanto se produci plusvalore, altrimenti vieni gettato via come un limone spremuto. Ecco perché fare politica, cioè lottare per la conquista del potere politico da parte della classe operaia e quindi “vincere” (come scrive lo stesso Lamorte), è la condizione necessaria ed indispensabile per assicurare all’operaio una vita degna di essere vissuta e la piena realizzazione della sua personalità.

Spartacus

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