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Un partito neoborghese, moderato e centrista

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18 ottobre 2007

Egregio direttore,

ancor prima che il suo leader politico venisse fatto oggetto di una investitura plebiscitaria con le cosiddette “elezioni primarie”, era del tutto evidente che il Partito democratico si configurava come l’esito prossimo di una lunga metamorfosi iniziata ben prima del 1992 (di fatto, già con Berlinguer) e ora giunta a questo approdo squisitamente neoborghese, moderato e centrista. Un approdo che è il frutto della incapacità, ampiamente dimostrata dal gruppo dirigente del Pci negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, di elaborare una strategia realmente alternativa alla società capitalistica e ai suoi valori.

Sennonché, dissoltosi progressivamente il “legame di ferro” con l’Unione Sovietica, era emersa alla luce del sole, già nel corso degli anni ’80, la natura profonda, di cui la strategia della “via italiana al socialismo” elaborata da Togliatti era stata l’espressione idealmente e politicamente più nobile, di un partito parlamentarista, riformista e socialdemocratico, che non durò particolare fatica a liquidare, con il concorso di una maggioranza di due terzi fra i suoi iscritti, quanto (assai poco) rimaneva del marxismo e del comunismo all’interno di un mero involucro formale che celava la duplice subordinazione agli interessi corporativi della Lega delle cooperative e alla politica economica del capitalismo di Stato.

Non si potrebbe immaginare un taglio più netto, anche sul piano lessicale, sia con la tradizione socialista che con la tradizione comunista: in effetti, se per gli ex comunisti era chiaro che definirsi “democratici di sinistra” significava prendere le distanze dai socialisti e dai comunisti, è altrettanto chiaro per gli ex “democratici di sinistra” che definirsi semplicemente “democratici” significa abbandonare anche quel timido complemento di specificazione (per non dire di qualità) che differenziava i democratici di sinistra dai democratici di centro e di destra.

Gramsci avvertiva che i partiti sono nomenclatura delle classi, rappresentano cioè dei gruppi ristretti che esprimono interessi e volontà di ben precisi settori sociali. Non è difficile, quindi, prevedere quali interessi e quali volontà troveranno la loro espressione politica in un partito che ha fatto del ripudio del socialismo l’asse della sua identità e del suo programma, facendo propri, con un cinismo che sorprende e con una rozzezza che offende, in economia i princìpi del libero mercato, della concorrenza, della privatizzazione, della liberalizzazione, della mobilità, della flessibilità e della precarietà, nonché, nelle istituzioni, il sistema maggioritario, il bipolarismo e, in prospettiva, il bipartitismo, la riforma del titolo V della Costituzione e, fra breve, anche il decisionismo autoritario.
L’unione dei Ds con la Margherita, ossia con gli ex democristiani, costituisce pertanto l’esito di un processo carsico di riaggregazione che da tempo vede impegnati i “poteri forti” (ossia i centri del capitale finanziario e industriale) nello sforzo di dare vita e base sociale ad un partito neoborghese, moderato e centrista, che possa svolgere, sia nel campo della politica interna che in quello della politica estera, un ruolo più organico e più dinamico, nel senso di più rispondente agli interessi di quei poteri, garantendo nel contempo, sul modello della ‘Grande coalizione’ tedesca e meglio di quanto non abbia saputo fare, nella stessa direzione, un ‘outsider’ come Berlusconi, la subordinazione al capitalismo e la passività ideologica delle masse lavoratrici e delle nuove generazioni.

L’appoggio e l’accompagnamento passo passo, che i due maggiori quotidiani delle classi dominanti del nostro paese, il “Corriere” e la “Repubblica”, hanno assicurato e assicurano, al di là di talune divergenze tattiche, alla formazione del nuovo partito della borghesia sono un sintomo preciso e inequivocabile della natura, del carattere e degli obiettivi del processo costituente in corso. Sennonché il vero problema non è quello posto da tale processo, ma è quello di come concepire e far decollare un processo costituente della sinistra che nasca dalla consapevolezza della necessità storica e dell’urgenza politica di dare identità e programma, peso e rappresentanza, al mondo del lavoro sfruttato, dipendente e subordinato.

Non ritengo, tuttavia, che la somma aritmetica della Sinistra democratica di Mussi e di Salvi, del Pdci, del Prc e dei Verdi sia la soluzione di questo problema, poiché tale soluzione va ricercata fondamentalmente non sul terreno delle aggregazioni parlamentari, bensì sul terreno della ricostruzione di un blocco sindacale e intellettuale, democratico e popolare, che abbia il suo asse nel mondo del lavoro e sia capace di porre al centro della sua azione, oltre che un’analisi scientifica dei meccanismi della produzione e della riproduzione sociale, un progetto di liberazione collettiva. Si tratta, con tutta evidenza, della somma dialettica di Marx, di Engels, di Lenin e di Gramsci. Solo in tal modo sarà possibile, dopo il “lungo addio” pronunciato dagli opportunisti e dai trasformisti, restituire al comunismo e al socialismo la forza, l’incidenza e lo slancio del “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”.

Enea Bontempi

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