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Un unico “inconfessabile difetto”: essere gay

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24 novembre 2012

Egregio direttore
Ne sono sempre stato convinto e oggi ne ho la riprova. Il silenzio e l’indifferenza, accompagnati dal pregiudizio, possono uccidere. Questa volta la vittima è un ragazzino di 15 anni di Roma che, schiacciato dall’incomprensione, dal rifiuto e dal disprezzo (detto o non detto esplicitamente) di chi gli stava intorno ha deciso di togliersi la vita. La sua colpa? Voler essere sé stesso. 

Con quei “pantaloni rosa” e con quegli atteggiamenti “poco maschili” Andrea ha firmato la sua condanna a morte. Vittima del bullismo, dello scherno, dell’incomprensione che si trasforma in senso di colpa, della solitudine che si fa silenzio (quello di tutti). “Meglio appassionato di belle ragazze che gay”, ci aveva ricordato un nostro passato Presidente del Consiglio. Triste verità per chi vive in questo paese. Un paese che giorno dopo giorno dà prova di essere alla deriva, non solo economica, ma anche sociale e morale. 
Rammarico, rabbia, indignazione. Questo quello che si prova di fronte a una morte senza senso consumatasi nel silenzio e nell’indifferenza generale. Ma a cosa possono valere questi sentimenti ora? Troppo facile essere paladini della tolleranza, del rispetto della diversità quando ormai più nulla può essere fatto o detto per restituire a quel ragazzo il diritto di essere sé stesso e vivere una vita felice.    
Penso alla mia esperienza personale. Famiglia della buona borghesia varesina, ottimi studi, buone frequentazioni, un lavoro di prestigio. “Tutto per bene” insomma, come nella miglior trama del Pirandello. Un unico “inconfessabile difetto”: essere gay. Il mio aspetto e i miei atteggiamenti conformi agli standard “socialmente accettati” mi hanno, grazie a Dio, risparmiato dallo scherno altrui. Ma dal silenzio, dal bigottismo borghese, dalla cultura padano-benpensante – a tratti esplicitamente omofoba –  no da quello no, questa città non mi ha risparmiato. 
Città provinciale Varese, che vive di luoghi-comuni, di stereotipi che rifugge la “diversità” e la condanna, la teme. Cosa potrebbe fare un ragazzino come Andrea in questa città? Con chi potrebbe parlare, confrontarsi, trovare supporto? Io ci ho pensato molte volte durante la mia adolescenza e tutte le volte ho trovato attorno a me solo pregiudizio, vuoto e silenzio. Persino da parte dei miei genitori (le persone che più amo). 
Un silenzio che insinua il dubbio della “non accettazione” e che ti svuota lentamente, da dentro. Un silenzio, che nel fragile equilibrio che caratterizza gli anni della crescita, rischia di diventare solitudine. Una solitudine soffocante che troppo facilmente si  trasforma in sentimenti di disgusto per sé stessi e per la propria vita (oggi ancora, una vita di serie “B” quella dei gay in Italia).  Una convinzione dolorosa perché ti colpisce al centro della tua persona, nel profondò, là dove si concentra l’essenza e il fine ultimo di ogni essere vivente: poter vivere la propria affettività e farlo in un contesto sociale capace di accogliere.
Varese (come molte altre città italiane, sia chiaro) non è quel “contesto sociale capace di accogliere”, purtroppo. Basta digitare su Google “gay Varese” per capirlo: un locale che si anima solo nell’oscurità della notte e una lunga lista di cronache di episodi di omofobia; non si trova nient’altro. Basta andarsi a leggere gli interventi di molti consiglieri comunali e del Sindaco la sera in cui il Consiglio ha bocciato la proposta di istituire un registro delle coppie di fatto (chi ha assistito al dibattito parla di una triste battaglia ideologica, dove qualche consigliere, proprio facendo riferimento alle coppie omosessuali, ha sottolineato la pericolosità di un riconoscimento di “certi tipi di coppie”!). Ma le prove della scarsa “accoglienza” di questa città sono molto spesso invisibili ai più: nelle “chiacchiere da bar” e nelle parole mai dette. Il silenzio e il vuoto che isola, emargina, esclude.
Oggi Andrea muore anche per colpa nostra. E Andrea potrebbe essere nostro figlio, il nostro compagno di scuola, un nostro alunno, un amico. La nostra colpa? Quella di non essere stati in grado di spendere una parola prima che fosse troppo tardi. Una sola parola che getti un ponte, superi il muro del pregiudizio e crei accoglienza, rivelando ad Andrea che sia che deciderà di trascorrere la propria vita accanto a un uomo o a una donna per noi non cambierà nulla e che non sarà mai solo a dover combattere ogniqualvolta qualcuno si frapporrà con lo scherno e con l’ignoranza fra lui e il suo progetto di felicità. Poche parole, che rompono il silenzio, che tendono la mano e che, dissolvendo il malefico incantesimo della solitudine, possono risparmiare un ragazzino innocente dalla paradossale disperazione di voler semplicemente essere sé stesso. 
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Questa lettera può aiutarci tutti a riflettere. Matteo, nome di fantasia, perché preferisce mantenere l’anonimato, parte dal suicidio di Andrea a Roma per raccontare il suo vissuto di ragazzo gay in una comunitù chiusa e benpensante.
Pubblichiamo anche
le lettere che hanno scritto i compagni di classe e altri studenti, genitori e insegnanti della scuola che frequentava Andrea.
Sulla vicenda non c’è ancora chiarezza e la parlamentare Paola Concia, che ha incontrato la comunità scolastica ha più volte dichiarato di non arrivare a conclusioni affrettate.
Il direttore 
Lettera firmata

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