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Una Costituzione borghese: contro l’irenismo e l’opportunismo

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3 maggio 2013

L’incongrua esaltazione della Costituzione italiana cui Enzo Laforgia, tramutando il collaborazionismo filogovernativo del Pd in criterio di interpretazione storica, ha prestato il greve fiato di Amintore Fanfani, ideologo del corporativismo fascista riciclatosi come gestore riformista del capitalismo monopolistico nell’epoca del centro-sinistra (cfr. lettera n. 2), merita una risposta argomentata che  ristabilisca la verità occultata dalle cortine fumogene dell’irenismo conciliazionista e dell’opportunismo piccolo-borghese.

   L’origine democratica ed antifascista della Repubblica italiana, oggetto di molteplici attacchi da parte della borghesia per cui questa forma politico-istituzionale dello Stato è divenuta una sorta di camicia di Nesso, fu suggellata il 2 giugno 1946 dopo la luminosa epopea della guerra di liberazione che sin dal 1943 aveva visto in prima fila la classe operaia, avanguardia del movimento popolare che annientò il regime fascista e pose fine all’occupazione nazista del nostro Paese con le vittoriose insurrezioni dell’aprile 1945. Il popolo italiano, chiamato nella sua totalità (per la prima volta poterono votare le donne) a scegliere con un referendum tra la monarchia e la repubblica (oltre che ad eleggere l’Assemblea Costituente) spazzò via la prima, che era stata complice del fascismo, e optò per la seconda. Come apparve sempre più chiaramente negli anni seguenti, la sconfitta della monarchia fu il risultato più importante ottenuto dalle forze popolari che avevano animato la Resistenza. Non si trattò di un successo meramente simbolico, perché non bisogna dimenticare che il re (e qui l’ottica deve essere bifocale, rivolta cioè al passato e al presente) aveva sempre esercitato un forte controllo sulla politica estera e su quella militare e la dinastia sabauda aveva sempre appoggiato, non le istituzioni democratiche, ma coloro che, come Pelloux o Mussolini, avevano cercato di distruggerle. Vale la pena di osservare che,oltre alla conquista della Repubblica, un altro importante risultato, conseguito dal movimento operaio con i contratti nazionali del 1945-1946, fu la conquista della scala mobile, divenuta poi anch’essa, al pari della Repubblica e della Resistenza, bersaglio degli attacchi delle forze reazionarie (attacchi che saranno coronati dal successo con il referendum abrogativo del 1985).

   Mi sono riferito all’origine della scala mobile, perché non saprei trovare un esempio più evidente del nesso dialettico che intercorre fra interessi immediati della classe operaia e repubblica democratica, la quale, se è (come affermava Lenin) il miglior involucro della dittatura borghese, è anche il terreno migliore per lo sviluppo della lotta di classe del proletariato. Al fine dì illuminare il carattere dialettico di questo nesso e l’esatto significato dell’affermazione con cui un grande dirigente della Terza Internazionale come Georgi Dimitrov connotava il corretto atteggiamento dei comunisti di fronte a questo problema ("Noi non siamo degli anarchici e per noi non è affatto indifferente il regime politico esistente in un dato paese"), conviene indicare i motivi per cui, tanto sotto il profilo teorico quanto sotto quello storico, la reale natura di classe della Repubblica deriva dal rapporti di forza fra le correnti politiche e sociali che furono protagoniste della lotta di liberazione dal nazifascismo prima e della ricostruzione dopo.

Questa qualificazione significa, in primo luogo, che la repubblica è una sovrastruttura politico-giuridica, la cui base è il modo di produzione capitalistico, entro il quale è classe dominante la borghesia.  Da questo stesso punto di vista, se per un verso è giusto riconoscere, partendo da un esame della sua legge fondamentale, che la Costituzione della repubblica democratico-borghese italiana era formalmente una delle più avanzate dell’Occidente capitalistico (oggi ciò non è più vero, poiché è stata sfigurata dall’introduzione del federalismo cripto-secessionista, prima, e del principio ultraliberista del pareggio di bilancio, dopo), è doveroso per un altro verso (che è poi quello primario) sottolineare quegli aspetti ignorati o sottaciuti dagli apologeti acritici dell’articolo 1 come Laforgia,  quegli aspetti che caratterizzano la Costituzione italiana come il frutto di un compromesso, faticoso e non sempre riuscito, fra correnti politiche di ispirazione diversa (cattolica, social-comunista e liberal-democratica) e che vanno dalla fondamentale opzione a favore della proprietà privata (artt. 4 1, 42) alle affermazioni solenni ma generiche sul ruolo dei lavoratori (artt. 1, 3, 4), dallo "status" privilegiato riconosciuto alla Chiesa cattolica (art. 7) alla previsione di limitate nazionalizzazioni (da realizzare sempre "salvo indennizzo").

   Gli elementi testé richiamati dimostrano che gli obbiettivi della parte più avanzata e proletaria della Resistenza non trovarono se non un pallido e mistificante riflesso nelle direttive e nei princìpi che informano la Costituzione, a partire dall’articolo 1, che va decodificato in questi termini: "L’Italia è una repubblica fondata [non sui lavoratori ma] sul lavoro", cioè sullo scambio tra forza-lavoro e capitale. Perché allora questa parte della Resistenza ottenne, anche sul terreno delle riforme politiche e sociali, risultati così modesti? La risposta a questa domanda spiega non solo lo scarto crescente fra Costituzione scritta e Costituzione materiale, ma anche la genesi delle tendenze revisioniste che trovarono la loro piena estrinsecazione nella linea seguita dal Pci fra il 1945 e il 1947.  Se è vero che le condizioni oggettive (ossia la presenza militare degli anglo-americani, che avevano posto fin dal 1944 con i Protocolli di Roma una pesante ipoteca sul futuro assetto del nostro Paese, presenza  sostanzialmente accettata dai dirigenti della Resistenza, e la lotta contro il comunismo dichiarata dalla dottrina Truman) e le condizioni soggettive (ossia i livelli di coscienza politica delle masse popolari, che erano generalmente bassi, se si escludono alcuni settori sociali ed alcune aree del Sud e, soprattutto, del Centro-Nord) non rendevano possibile la rivoluzione socialista, è anche vero che la possibilità di ottenere invece significativi progressi per le classi lavoratrici, pur restando all’interno del quadro capitalistico, venne vanificata dalla scelta, compiuta dal gruppo dirigente del Pci, di fare dell’alleanza con la Dc il fulcro dell’azione politica del movimento operaio.

   Questo grave errore di valutazione dell’effettiva natura della Dc (che è strettamente connesso alla stessa valutazione della natura di classe della Repubblica e alla visione togliattiana della Costituzione come modello di "società intermedia", visione in cui l’utopismo idealistico va a braccetto con l’opportunismo collaborazionista) trova una patetica conferma nella testimonianza di una prestigiosa dirigente del Pci, Camilla Ravera, collaboratrice di Gramsci e fondatrice del Pci, la quale, avendo espresso dei dubbi a questo proposito, si sentì rispondere da Togliatti: "Ma no, credi a me, io e De Gasperi siamo d’accordo su un sacco di cose, dalla riforma agraria all’unità sindacale. Vedrai, faremo insieme del buon lavoro". Negli anni seguenti, la restaurazione capitalistica, gli eccidi dei lavoratori, la scissione sindacale e la violenza poliziesca della "Celere" di Scelba avrebbero tradotto nel duro e crudo linguaggio della dittatura borghese il "buon lavoro" che Togliatti prevedeva di fare con De Gasperi e con la Dc.

   La nuova repubblica è già nata da tempo: autoritarismo ed anticomunismo, populismo e presidenzialismo sono i suoi caratteri distintivi. A proposito di questi ultimi due caratteri, si può inoltre osservare che essi corrispondo a due tendenze che, di là dalle apparenze contrarie, si danno la mano, come dimostrò già nel corso degli anni Novanta il passaggio al ruolo di consulente politico-istituzionale della Lega Lombarda da parte di uno dei primi assertori del rafforzamento del potere presidenziale, Gianfranco Miglio, docente presso l’Università Cattolica, operante quindi all’interno di un apparato ideologico di Stato che dipende dal Vaticano, cioè da quella organizzazione che, tra l’altro, fu una decisa propugnatrice della repubblica presidenziale e del ritorno ad un cattolicesimo autoritario già nel periodo dell’Assemblea Costituente. L’incubazione della repubblica di re Giorgio è stata preparata dal regime oligarchico e neocorporativo costituitosi in Italia a partire dalla seconda metà degli anni ’70, ossia a partire dalla sciagurata gestione politica delle grandi lotte operaie e popolari degli anni precedenti, che sfociò nella svolta dell’Eur del 1977 e nell’appoggio del Pci ai governi di unità nazionale (1976-1979). Grazie a tale gestione furono gettate le fondamenta di un regime in cui il revisionismo politico e il collaborazionismo sindacale non svolge più un ruolo di mediazione istituzionale fra capitale e lavoro, come nel periodo precedente, ma un vero e proprio ruolo di gestione della forza-lavoro, direttamente funzionale al capitale e alla sua logica di valorizzazione. Il problema che si pone, perciò, è quello di individuare la risposta che la classe operaia ed il proletariato debbono contrapporre alla ricerca, da parte della borghesia, di una forma politico-istituzionale adeguata allo sviluppo e al consolidamento dello Stato imperialista italiano, ossia alla elevazione in Costituzione formale di quella Costituzione materiale del blocco capitalistico-clientelare-mafioso-guerrafondaio, la cui incubazione si è compiuta entro l’involucro giuridico-formale della Costituzione del 1947 e il cui battesimo politico rende ora necessaria la rottura di quell’involucro. La borghesia è perfettamente consapevole che la riforma istituzionale va realizzata a tutti i livelli: dal sindacato e dal sistema politico, pressoché integralmente ridotti ad apparati ideologici di Stato, allo svuotamento progressivo del Parlamento; dal correlativo rafforzamento del ruolo della Presidenza della Repubblica alla crescente limitazione dell’indipendenza della magistratura e alla introduzione del sistema elettorale maggioritario, fino al progetto, pienamente conforme all’essenza della svolta reazionaria in corso, della creazione di un regime dispotico diretto da forze straniere. D’altra parte, la riforma istituzionale, che vede convergere tutti i partiti della borghesia in una sorta di "concordia discors" scaturisce dalle stesse leggi economiche da cui è contrassegnato il capitalismo nella fase involutiva del dominio dei monopoli, del capitale finanziario globale e della crisi di decomposizione che l’accompagna: non solo centralizzazione e concentrazione dei mezzi di produzione e di scambio, ma anche integrazione sovrannazionale e, insieme, crescente competizione economica e tecnologica fra i grandi poli del sistema imperialistico mondiale (Usa, Giappone e Germania), oltre che la conseguente ristrutturazione della divisione internazionale del lavoro, della produzione e dei mercati che l’ascesa industriale e commerciale della Cina e le guerre neocoloniali stanno determinando nei rapporti interni al mondo capitalistico.

   Il compito dei comunisti nel momento attuale è senza dubbio quello di mobilitare la classe operaia e le masse popolari per la difesa degli elementi progressivi della repubblica democratico-borghese contro gli attacchi autoritari, ostacolando la svolta reazionaria che la borghesia sta perseguendo sui diversi terreni: fondamentale, in questo senso, è il terreno ideologico, politico e culturale, su cui si radica il processo di costruzione del partito rivoluzionario. Agli apologeti dell’irenismo conciliazionista,  che propongono alle masse soltanto la difesa del presente assetto costituzionale, mascherando la natura di classe di questo assetto, oppure uno sviluppo generico della democrazia facendo credere che questo sviluppo sia possibile per la classe operaia e il popolo lavoratore entro l’ambito delle istituzioni borghesi, occorre rispondere che la democrazia borghese senza l’abbattimento dello Stato borghese sarà sempre, come diceva Lenin, "un paradiso per i ricchi e un inferno per i poveri": il che non significa che l’obbiettivo della dittatura del proletariato possa essere proposto oggi, ma che il punto di vista veramente alternativo, rappresentato da questa teoria politica (che è indissociabile dalla teoria scientifica dello sfruttamento e del plusvalore), non può essere sostituito né da generiche indicazioni sulla "centralità del lavoro" né da fumose teorie sulla "riforma dello Stato", così come non possono essere abbandonati, insieme con tale punto di vista, né la propaganda ideale per il socialismo, sostituita dalla propaganda di una concezione assoluta (cioè universale, interclassista e sovrastorica) della democrazia (ideologia, quest’ultima, tipica del Pd e, in genere, dell’opportunismo piccolo-borghese, da Grillo a Bersani) né, soprattutto, l’impegno diretto a costruire centri autonomi ed organizzati di un nuovo potere politico di fatto, un potere politico proletario "in contrapposizione efficiente ed attiva con lo Stato borghese" (Gramsci, 1919). In effetti, la strategia che combina la difesa degli elementi progressivi della Costituzione del 1947 con il fronte unito delle masse popolari per costruire contro la "trama nera", tessuta dalle forze reazionarie nello Stato e nella società, una "trama rossa" di iniziative di lotta, controllo sociale e reale partecipazione democratica e di massa nel Paese, è l’unica risposta corretta, coerente con i principi universali del comunismo e con l’esperienza storica del proletariato di tutto il mondo.
  
   Il prossimo anniversario della festa della Repubblica sarà pertanto un’occasione in più per fare chiarezza sulla differenza irriducibile che sussiste fra la prospettiva opportunista dei liberaldemocratici di ogni sfumatura, che ricorrono all’idealizzazione della Costituzione democratico-borghese per occultare gli insanabili contrasti fra le classi sfruttatrici e le classi sfruttate,  e la prospettiva rivoluzionaria del comunisti, che riaffermano il principio secondo cui un vero sviluppo della democrazia (ossia lo sviluppo di una vera democrazia) si realizza soltanto nel contesto di una democrazia proletaria e di uno Stato socialista fondati sul potere dei lavoratori e sull’economia pianificata.

Eros Barone

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