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Viva l’italiano!

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19 novembre 2008

Egregio direttore,
dedico queste considerazioni sullo stato di salute dell’italiano al signor Fortunato Galtieri, per il quale amor di patria, fedeltà alla democrazia e amore per la nostra bella lingua fanno tutt’uno.
Come rispondono oggi le grandi lingue dell’Europa ai rigurgiti del localismo dialettale, alla proliferazione dei gerghi corporativi e all’avanzata di quel bulldozer della globalizzazione linguistica che è il ‘basic english’? Se è vero che sia la Francia, sempre attenta alla difesa del prestigio della sua cultura, sia la Germania, quanto mai cauta (per comprensibili ragioni) nel rivendicare una propria identità, hanno promosso importanti campagne per la salvaguardia e la valorizzazione delle rispettive lingue, è difficile, per converso, scorgere nel nostro paese una sensibilità diffusa per questo problema e, quindi, una capacità di iniziativa che sia all’altezza delle sfide e delle insidie che provengono dalla globalizzazione linguistica. Eppure la necessità di rispondere alle une e alle altre con un’azione energica e multiforme di resistenza contro l’inquinamento della lingua è riconosciuta da non pochi, autorevoli e qualificati esponenti del mondo della cultura. Né è mancata l’individuazione del punto archidemico di una politica linguistica che ostacoli l’avvento di un “medioevo prossimo venturo”, in cui la comunicazione corrente sia assegnata ai dialetti e quella culturale al ‘basic english’.
Non si tratta di restaurare il purismo lessicale, si tratta invece di garantire la centralità e l’efficienza della sintassi, vero sistema osseo di qualsiasi linguaggio, seguendo in ciò gli esempi di una lingua chiara, precisa ed elegante, che ci hanno offerto in questi ultimi decenni scrittori, poeti, saggisti e filosofi come Moravia, Calvino, Manganelli, Luzi, Fortini, Geymonat e Bobbio, ciascuno dei quali ha mostrato, con uno stile diverso, di quali grandi potenzialità e di quale straordinaria versatilità sia dotato il dèmone che ci fa parlare e scrivere.
Certo, la nostra lingua non è così lessicalmente ricca e duttile come l’inglese, non è così geometrica e apodittica come il francese, non è così produttiva di parole e di concetti come il tedesco, non è così magmatica e melodiosa come il russo; anzi, è una lingua un po’ rigida e non particolarmente ricca di sfumature espressive nella descrizione delle sensazioni, perché è una lingua fortemente controllata dall’intelletto. Tuttavia, se si sa usarlo, l’italiano può diventare espressivo, geometrico, sensuale, nitido, semplice e tagliente come nessun’altra lingua. E si dimostra di saperlo usare quando si rispetta la linearità, che è l’autentico nume tutelare della nostra lingua, la forza che fa di essa, una volta eliminate le ridondanze auliche, i vezzi snobistici e le oscurità burocratiche, una lingua dura, lucida e consequenziale: una spada, non solo un fodero.
Pertanto, la fedeltà al genio segreto della nostra lingua e alla sua vocazione profonda e perenne, che è la sintassi, e la consapevolezza che i problemi linguistici sono, nella loro essenza, problemi che coinvolgono il ‘logos’, il ‘pathos’ e l’‘ethos’ (vale a dire il ragionamento, le emozioni e la moralità) formano il lievito di quella rinascita di interesse e di amore per la lingua italiana cui sono chiamate a contribuire tutte le istituzioni (penso al parlamento e al governo, ma soprattutto alla scuola, vero e proprio ‘seminarium reipublicae’ secondo la splendida definizione formulata da Piero Calamandrei). Non solo per impedire che, a causa della solidarietà antitetico-polare fra idolatria del globale e idolatria del locale, con la degenerazione della lingua degeneri la vita stessa, ma anche e soprattutto per favorire, con una maggiore comprensione e un uso più agile ed efficace della lingua, una migliore qualità della vita e dell’interazione sociale.

Eros Barone

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