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Bisogna crederci
ancora, Elia
Elia e Leo, la barca
da battere. Luini- Pettinari, la coppia più temibile,
coloro che dal 2001 non perdono una gara. Hanno dovuto
abdicare. Una giornata nera il 19 agosto 2004. I due del
canottaggio che abbiamo tanto atteso sono rimasti fuori
dalla finale del 22. Peggio di così non poteva andare.
Una sfortuna mai vista. L'imprevisto ha spezzato un
sogno durato quattro anni. Da quando la formidabile
coppia aveva deciso che un argento era troppo poco.
Bisognava agguantare l'oro. Andavano forte i due in
allenamento, sembrava proprio che potessero conquistare
il metallo più prezioso. Si è invece verificato il
peggio. Un infortunio che ha portato Pettinari fuori
condizione. Nemmeno i tentativi del medico sono riusciti
a placargli il dolore. In queste situazioni si può solo
gridare "maledetta sorte!". Onestamente è
difficile trovare le parole per consolare chi da quattro
anni passa le sue giornate remando. E nella testa ha una
medaglia olimpica. Sangue e sudore versati in nome di un
obiettivo grandissimo che è sfuggito in un secondo.
Inutile fare della retorica perché in una situazione
così si può provare solo rabbia, dolore. Provare era,
comunque, doveroso. Ne vale sempre la pena. Certo, se ti
succede una cosa simile, arrivi a chiederti se tutta
quella fatica era necessaria e se riuscirai a ripetere
allenamenti massacranti. Ti chiedi se riuscirai a
credere ancora nelle tue possibilità. Purtroppo è
difficile accettare la legge dello sport, perché sei ti
sei allenato tanto vorresti essere ripagato dei tuoi
sacrifici. E invece Elia e Leo hanno avuto solo un
brutto regalo, una sconfitta. Avevano troppe pressioni?
Può essere. Anche loro sono umani e possono aver
sofferto le aspettative dell'Italia intera. Certo, i due
del canottaggio dovranno capire esattamente che cosa non
è funzionato in queste Olimpiadi, per non sbagliare
ancora. Perché non possono chiudere qui. E non penso
nemmeno abbiano quest'intenzione. Sono due vincenti che
dovranno riuscire a rimettersi in gioco. Ci vuole solo
un po' di tempo per incanalare positivamente la rabbia
che deriva dalla sconfitta. Poco per volta si può
ritornare con motivazioni ancora maggiori. Non riesco a
trovare le parole per chi si è visto ingiustamente
strappare anche l'accesso alla finale. Il silenzio in
questi casi è la cosa migliore. Ho provato per anni ad
allenarmi sei ore al giorno e la mia più grande paura
è sempre stata quella di non riuscire a dimostrare ciò
che valevo. Perché sei ore sono tante, sono tutta una
vita dedicata allo sport. E vorresti che i tuoi
sacrifici fossero premiati ogni volta. Ma lo sport di
livello a volte è ingiusto. Penso, però, che di
possibilità ce ne siano più di una in una carriera,
per fortuna. E penso anche che i veri atleti non si
arrendono mai. Anche dopo un boccone pesantissimo da
digerire. Gli allenamenti svolti serviranno per il
futuro. Avrei visto volentieri Elia sul primo gradino
del podio. Sarebbe stata per me una gioia immensa.
Perché so cosa significano i duri allenamenti di sport
poco pagati e poco considerati. E poi perché sono
varesina. E anche perché il mio sport è stato
ingiustamente escluso dalla gioia olimpica. Non ti
arrendere, Elia.
Viola
Valli

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