“Ivan non mollerà: vuole fare come Bartali e vincere ancora”

Maria Rosa Panizza, "madrina" sportiva di Basso, nutre però dei dubbi per il fatto che le dichiarazioni del ciclista cassanese possano fare pulizia nell'ambiente

Che Cassano Magnago fosse al fianco di Ivan Basso lo abbiamo scritto già nella serata di ieri, lunedì 7 maggio, il giorno della confessione del ciclista. La città, in serata, si è ritrovata nella sala consiliare del Comune per assistere al primo confronto tra candidati sindaci: Basso è stato argomento di discussione principe nei corridoi. 

Volti tirati, poca voglia di parlare con i giornalisti e una delusione strisciante che serpeggiava in sala. Tanta la delusione, tante le domande: «Perché proprio adesso, perché non ha detto nulla prima?». Altrettanti sono convinti dell’innocenza di Ivan, o almeno della sua buona fede: «Se ha fatto qualcosa, l’ha fatto perché ce lo hanno tirato dentro». Fuori da casa sua, in via Don Orione, sono comparsi nel tardo pomeriggio alcuni striscioni: “Campione non ti lasceremo mai”, “Ivan siamo con te”. 

Tra tanti, la più sconvolta è quella che a buon diritto può essere definita la madrina sportiva di Ivan, Maria Rosa Panizza, vedova del grande Miro, prima ciclista e poi direttore sportivo che ha visto il giovane Basso crescere e vincere. La sua allegria e il suo carattere gioviale ed espansivo ieri sera erano nascosti da una maschera preoccupata: «Sospettavo qualcosa, domenica sera ero con lui e mi ha detto: “c’è troppa gente, meglio non parlarne ora. Ricordati solo che Bartali ha vinto due Tour de France a dieci anni uno dall’altro" – ha commentato nei corridoi della sala consiliare cassanese -. Questo vuol dire che ha ancora voglia di lottare e vincere. Il suo è un gesto da grande campione, non c’è dubbio: avrebbe potuto scegliere una piccola squadra lo scorso anno, rinunciare alle sirene americane, e invece ora si trova in questa situazione. Ha fatto degli errori, primo quello di farsi trascinare in Spagna». 

In molti hanno detto che il gesto di Ivan, la sua volontà di farsi avanti e autodenunciare l’uso di doping potrebbe provocare un effetto domino, portando altri ciclisti a confessare e a far uscire allo scoperto un sistema sporco e diffuso. La Panizza (a sinistra nella foto), che per anni ha accompagnato il marito nelle gare in giro per il mondo, però è dubbiosa: «I ciclisti sono strani – commenta amara -, non credo che in tanti si facciano tirare dentro una storia che potrebbe chiudere più di una carriera: il ciclismo è uno sport crudele, porta a dare tutto e subito. L’apparato che circonda i corridori di oggi porta ad avere sospetti, si chiudono nei loro alberghi e si isolano: io ero fianco a fianco a mio marito, entravo nella sua camera prima e dopo la gara, oggi non si possono toccare né avvicinare. E poi questa usanza di fare gare per un periodo limitato dell’anno: Miro stava in giro per mesi, non si fermava mai. Anche Ivan ha fatto poche vacanze nella sua vita, tanti altri no. Ho paura che non succeda niente: se non lo premiano per il suo gesto e se non aiutano chi vorrà uscire allo scoperto, tutta questa storia servirà solo a fermare Ivan».   

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 08 Maggio 2007
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