“Perchè non è utopia pensare al Partito democratico del Nord”

Anche la "questione settentrionale" nel commento di Paolo Rossi, senatore della Margherita

Riceviamo e pubblichiamo il commento del senatore della Margherita Paolo Rossi 

Credo che possa essere finanche ripetitivo ribadire i contenuti salienti che ‘marcheranno’ l’azione del costituente Partito Democratico.

Può essere in questo caso sufficiente ricordare l’assoluta necessità,  per quella variegata e complessa ‘area riformista’ presente nel Paese, di trovare un’ aperta e rinnovata definizione politica così come sarebbe altrettanto necessario ed auspicabile l’avvio di un processo analogo, seppur ovviamente di segno moderato e diverso, anche nell’ambito del centrodestra.

Assemblare, aprire e semplificare dunque. Per noi in particolare si tratta di definire i lineamenti di una moderna, popolare, europea e riformista ‘forza tranquilla’. Non è cosa da poco soprattutto se avremo la sfacciata ma necessaria presunzione di non voler da subito inserire questa possibile esperienza in schemi interpretativi legati al secolo scorso obsoleti e francamente superati dalla Storia.

Si tratta di plasmare una nuova realtà politica che sappia nel contempo aprirsi alla società  in modo efficace e onesto rifuggendo dal tentativo di in qualche modo lottizzarla,  in qualche misura ‘domarla’, perseguendo, in una parola sola, un’ incondivisibile logica ‘leninista’. Una scelta di contaminazione non della politica sulla società ma, ovviamente, l’esatto contrario.

I Partiti devono unirsi, quando possibile, ma solo per dar vita a qualche cosa di omogeneo e di nuovo, ‘tuffandosi’ in mare aperto senza timori, in acque di per sé anche rischiose ma altrettanto stimolanti e rigeneratrici.

L’inizio per la verità non è stato dei migliori: il ‘comitato promotore’ formato dalla volontà  politica dei ‘vertici nazionali’, come da più parti ampiamente sottolineato, ha risentito, e uso un eufemismo, da un lato dell’inalienabile riferimento al manuale Cancelli e dall’altro della presenza ingombrante di logiche ‘centralistiche’ sempre più stucchevoli quanto stantie ed inaccettabili. Non è ovviamente questa una questione di nomi ma di metodo, anzi, per meglio dire, di ‘atteggiamento ed approccio politico.

C’è tempo per migliorare, sia chiaro, ma ci si deve muovere subito, alacremente,  senza indugi cambiando velocemente passo.  In questo senso le recenti provocazioni di Cacciari vanno ben oltre la semplice provocazione per divenire reale terreno di dibattito e confronto politico. Parliamoci chiaro: o il nuovo partito saprà rispondere alle tante priorità, attraverso una sua strutturazione e costruzione ‘federale’o nasce zoppo in partenza.

A nessuno sfugge che oggi non c’è nel Paese una vera e propria questione settentrionale e che il problema dell’ Italia è ancora quello di ‘trascinarsi dietro’ le arretratezze, le difficoltà sociali ed economiche del mezzogiorno ( emblematiche le questioni del ripianamento finanziario del settore sanitario o la più attuale problematica dei rifiuti). Ce ne dovremo far ancora carico ma è altrettanto vero che non potremo e non possiamo più agire in questa direzione in una logica insufficiente ed unicamente assistenzialistica negando o sottovalutando nel contempo e paradossalmente, problematiche, dinamiche e peculiari esigenze  di altre parti del nostro Paese (nord in primis).

Da questo punto di vista la Lega, in modo deviato ma raccogliendo esigenze reali che non possono essere sbrigativamente considerate come ‘egoistiche’, oltre all’oggettiva insufficienza nella locale gestione della ‘cosa pubblica’, ha agito in una logica limitata attraverso un’approccio  ‘secessionista’ cercando di fornire risposte ad una questione territoriale che richiederebbe non tanto e non solo forti rivendicazioni localistiche, quanto l’adozione di un rinnovamento strutturale del sistema in un quadro di riferimento nazionale. Insomma la Lega non è riuscita, tanto meno con le alleanze stipulate, ad uscire dal suo guscio limitandosi a coltivare (e male) il proprio orticello senza riuscire a trovare una dimensione più ampia e complessiva. Una sorta di mediocrità intepretativa del pensiero e del dettame federalista supportando il proprio agire politico unicamente attraverso rivendicazioni, a volte comprensibili e giuste, che  però si sono ridotte fatalmente a rappresentare  egoismi particolareggiati di territorio, casta o semplicemente corporativi e categoriali.

. A questo livello e su questo peculiare terreno c’è per il partito democratico una vera e propria ‘prateria  nella quale galoppare’. Un ambito ed un’ area di azione e di politica possibile e sostenibile.

L’invocazione di Cacciari, dunque, affinché il nuovo partito sia aperto ma anche fortemente ‘federale’ nelle sue regole e nella sua strutturazione organica, partendo proprio dalle sue fondamenta, non può e non deve cadere nel vuoto perché è  sacrosanta e preziosa.

 Il PD deve quindi, io credo, vivere soprattutto la sua dimensione territoriale in piena libertà ed autonomia, in collegamento con una sua organizzazione e struttura politica nazionale, ma in stretta aderenza alle proprie territorialità, alle proprie peculiarità locali, alla qualità ed alle propensioni della propria gente, delle proprie imprese, insomma del proprio complesso, articolato ma anche differenziato sistema socio-economico. Si, un Partito Democratico del Nord, o del Nord Est come idea esistenziale (e quindi non squisitamente politica) simile alla CSU bavarese; chiamiamolo comunque come vogliamo, conta la sostanza. Un soggetto che da altre parti della penisola potrà in modo diverso e originale esistere, chiamarsi ed organizzarsi.

 Rispetto a tutto ciò ho superato, per la verità con qualche comprensibile fatica,  ritrosie,  dubbi e perplessità. Oggi credo infatti che questa sia una possibilità ed un’opportunità unica ed originale. Soprattutto utile. Ed il recente risultato alquanto negativo raccolto al nord dal centrosinistra in queste ultime elezioni amministrative conferma, se ce ne fosse bisogno, questa urgente utilità.

 Per intraprendere una via così difficile e tortuosa (nessuno lo nega) occorre  intanto ‘mettersi in gioco’,  se necessario  ‘fare un passo indietro’  progettando con coraggio una nuova politica di movimento che possa rispondere alle esigenze di una o più comunità, considerandone l’omogeneità e le distinzioni che andrebbero sempre esaltate e non ‘soffocate’.

 Una sfida quindi che dobbiamo raccogliere considerando quella comprensibile distinzione che  pone la politica ma che sempre più spesso deve saper fuggire da asfittiche e rigide interpretazioni ideologiche, da progetti virtuali elaborati sulla carta dai soliti ‘soloni del sapere politico’ o, molto più semplicemente, dalle estemporanee, effimere e personali icone medianiche del momento.

Questa invece è la via di una ‘rivoluzione dolce’  e per questa ragione ‘opzione intrinsecamente difficile’ e al tempo stesso affascinante, da intraprendere con coraggio  dentro un processo di tangibile rinnovamento della politica di cui il PD può divenire utile, significativo e, meglio ribadirlo,  prezioso ma non unico soggetto e strumento di necessario ed epocale cambiamento.

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Pubblicato il 30 Maggio 2007
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