Fichi d’India, quando le serate al bar diventano mestiere

Apollonio strapieno per festeggiare i vent'anni di attività del duo varesino. Con grande soddisfazione di tutti

C’era l’Apollonio pieno come un uovo ad accogliere i Fichi d’India in versione anniversario: quest’anno Max Cavallari e Bruno Arena compiono infatti 20 anni di attività, e un numero ormai incontabile di successi televisivi e non.

Ma quei vent’anni, per il pubblico varesino che li apprezza da tanto tempo, non li hanno cambiati: in senso letterale. Per loro, il palco dell’Apollonio di lunedì 28 gennaio 2008 infatti non è stato niente di diverso da quello di un qualunque teatro parrocchiale, e il loro patrimonio di costumi continua a essere fatto di vestiti e parrucche da carnevale presi da Moreno o alla cartoleria all’angolo.

E la loro recitazione non è cambiata di un grammo: continua a essere una via di mezzo tra il gioco dei mimi fatto dai più cazzari della compagnia e quei racconti di vita vissuta tutti da ridere che nelle serate ai bar fa l’amico per metterti in imbarazzo davanti a tutti.Tant’è vero, che delle due ore abbondanti apparentemente messe insieme a braccio, rovistando tra parrucche con le trecce e costumi da prete e con l’aiuto di un tavolino di plastica e due sedie che hanno tutta l’aria di essere state prese nell’ufficio amministrazione del teatro, i momenti migliori sono quelli in cui fanno le beghine di Varese in visita all’ospedale (un vero spaccato di società, che mette alla berlina quella finta attenzione così finta da essere fastidiosa) o quando, alla fine degli sketch, cominciano a ricordare episodi di viaggio dei loro vent’anni di tournée in giro per i locali di tutta Italia – e Svizzera: dove a essere preso alla berlina è Max, di cui Bruno Arena racconta tutte le multe (e i fenomenali “aggiustamenti” con le forze dell’ordine che hanno avuto il solo risultato di renderle più pesanti) e tutte le case comprate e rivendute nel giro di una settimana nel varesotto.

Ma ce n’é per tutti, con la stessa modalità degli amici cazzari del bar: dall’Iper (dove “un bambino è andato a prendere il grembiule di prima elementare e ne è uscito in quinta”) al Gattoni (vera superstar della rappresentazione, diventato un vero tormentone: pareva che Max avesse preso tutto lì…), dalla nuova strada di Cocquio all’ex proprietario del bar Firenze, diventato un rappresentante della bo frost (ma Bruno ricorda come quel personaggio fosse noto a chi aveva la sua età e andasse a comprare le sigarette in piazza Repubblica).

Niente cabaret sofisticato, niente risate per pensare: la loro è comicità pura, “di pancia”. Ma non bisogna confonderla con scarsa professionalità: perchè la loro pervicace rozzezza, le loro trecce bionde sintetiche, i loro vestiti presi dagli avanzi di mamme, zie e nonne trasudano mestiere, e sono zeppi di citazioni e riferimenti alla comicità più antica, dai Legnanesi ai Brutos, da Gianni e Pinotto a Stanlio e Ollio.

E fanno ridere, oh se fanno ridere. Persino se, da persona dai gusti un po’ più fini, te ne vergogni un po’. E portano a teatro, cioè fuori dalla tivù, a fare un’esperienza vera di spettacolo, 1500 persone che magari del teatro hanno poca dimestichezza. Stanandole un lunedì sera e facendole andare a casa contente. Non c’è storia: quando succedono cose del genere, c’è poco da fare gli schizzinosi. Ma solo da festeggiare e congratularsi per quei 20 anni di attività.

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 29 Gennaio 2008
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