Nei campi di sterminio c’era anche Dio. Parola di Elga Firsh

"Processo a Dio" in scena all'Apollonio (8,9, 10 gennaio)riscuote grandi consensi. Un testo essenziale, valorizzato dall'intelligente regia di Sergio Fantoni

Dio è stato processato, ma la sentenza spetta al pubblico. Quello dell’Apollonio ha applaudito a lungo vittime e carnefice. Almeno cinque minuti di applausi. Quando si esce dal teatro, però, il cuore è pesante e una domanda continua a lavorare nella testa. Dov’era il buon Dio ai tempi di Auschwitz? Dov’era? Forse una risposta non c’è o forse come ha detto Elie Wiesel, Dio era anche lì, nell’orrore. Quella domanda è la stessa che si pone il deportato ebreo di fronte a tre condannati a morte, tra cui un bambino. E quando i nodi scorsoi si stringono intorno al collo delle loro vittime e il bambino si dibatte ancora sotto gli occhi attoniti dei suoi compagni, Wiesel sente una voce dentro di sé che dice: «Dov’è Dio? Eccolo, è appeso lì, a quella forca».
“Processo a Dio”, testo di Stefano Massini per la regia di Sergio Fantoni, ci riporta nell’assurdità dello sterminio con un percorso logico e razionale.
Ottavia Piccolo, nel ruolo della protagonista Elga Firsh, attrice deportata nel campo di sterminio di Maidanek e pubblica accusa del processo, parte un po’ contratta, ma forse è il ruolo che glielo impone. Quando ci si trova di fronte al carnefice di oltre 200 mila persone è difficile essere sciolti e capaci di una strategia lineare. Il suo è un crescendo commovente: cinque capi di accusa che inchiodano il capitano delle Ss Rudolf W. Reinhar alle sue responsabilità personali.

Il processo si svolge nel padiglione 41, il deposito del campo di concentramento, insieme a Elga Firsh c’è il saggio rabbino Nachman (strepitoso Vittorio Viviani) che ha il difficile compito di difendere il capitano delle Ss, ma soprattutto Dio. Con Nachman, ci sono anche suo figlio Adek Bidermann (Francesco Zecca), cancelliere del processo, Solomon Borowitz, anziano di Francoforte (Silvano Piccardi), e  Mordechai Cohen, anziano di Francoforte (Olek Mincer, unico ebreo della compagnia). Tutta la bravura del regista Sergio Fantoni è nel trasformare questa compagine sofferente in una giuria credibile che trova nella propria appartenenza all’ebraismo l’ultima valida ragione per cercare un senso a una vita da sopravvissuto. Ricerca che inizia dalle radici di quell’appartenenza. Infatti alle prime battute del processo viene aperta una valigia, riposta nel magazzino, colma di simboli ebraici: i rotoli della legge, la menorah (il candelabro a sette bracci), il tallet (il mantello usato nel tempio) e la kippah (il copricapo ebraico segno di rispetto verso Dio), che Nachman indossa.  Questo è un passaggio importante e il testo di Massini entra con decisione nel rapporto tra ebraismo e storia (a questo proposito è significativa la citazione del matematico-mistico Gershom Sholem, autore del libro "Da Berlino a Gerusalemme").

E poi c’è Rudolf  W. Reinhar  (Enzo Curcurù), il gerarca nazista che deve rispondere a domande precise, a capi di imputazione specifici (riduzione in schiavitù, sfruttamento, omicidio e altri orrori). Il destino ha però voluto che proprio Reinhar salvasse per caso Elga Firsh, la sua accusatrice, perché il suo fucile infilato nella bocca dell’attrice si era inceppato al momento dello sparo. Elga a sua volta alla fine del processo punterà la pistola nella bocca del nazista, ma non sparerà.
Dice il Talmud (testo sacro dell’ebraismo): se hai salvato un uomo avrai salvato l’intera umanità. Questa è la grandezza del testo di Massini.

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Pubblicato il 09 Gennaio 2008
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