Il naso elettronico annusa l’aria di Pechino

Il "segugio elettronico" contro puzze e veleni di PCA Techologies monitora da un anno l'aria della capitale cinese. "In Italia manca la cultura della sicurezza sul lavoro. L'esempio da seguire? La Germania"

Un anno fa scopriva, come un detective, l’origine del cattivo odore che affliggeva la zona tra Cedrate e Cassano Magnago. Oggi studia i veleni dell’aria notoriamente pestifera di Pechino, città olimpica che da mesi cerca disperatamente di darsi una ripulita in tempo per i Giochi che iniziano domani. I risultati sono top secret. Si tratta del cosiddetto "naso elettronico" di PCA Technologies, azienda sita presso l’incubatore del Polo Scientifico Tecnologico Lombardo di Busto Arsizio. Ne incontriamo l’amministratore, Fernando Crivelli, per fare il punto su potenzialità e mercati di una tecnologia avveniristica ma già con una storia consistente alle spalle

«Il nome di "naso elettronico" è improprio» ribadisce Crivelli, «il termine esatto è intelligent sensor array, un insieme di sensori che si fanno intelligenti proprio perchè sono tanti e lavorano insieme. Alla base del tutto è la tecnologia dei semiconduttori che si dice in gergo vengono "drogati" con metalli per lo più "nobili" e rari, come platino o palladio, ma anche altri. Metalli diversi hanno sensibilità diverse a determinate classi di sostanze volatili, e non è tutto: queste variano a seconda della temperatura d’esercizio cui vengono mantenuti, che è in genere molto elevata, sull’ordine delle centinaia di gradi. A sostanza assorbita corripsonde un segnale: se ne possono ricavare utili e precisi monitoraggi in continuo.

«Questa tecnologia ha compiuto circa vent’anni fa i suoi primi passi, in Svezia» spiega Crivelli. «Fu lì che nacque il primo strumento battezzato come "naso elettronico", poi la tecnologia si è diffusa e man mano perfezionata». La pensata di PCA Technologies è stata non tanto quella di utilizzare i sensori in sè, ma di metterli insieme per individuare una sorta di “impronta digitale” univoca degli odori, spesso causati di una molteplicità di sostanze. Ciò rende più semplice anche identificarne l’origine. E non sempre il "colpevole" è quello che i vicini pensano… a lume di naso. Tutto è calcolato, anche il vento, o i tempi di dispersione: vi sono odori intensi ma di breve durata, altri che creano disagio perchè persistenti. «Per l’olfatto umano un’ora/odore, che per noi è unità di misura, equivale a 5/6 minuti di esposizione. Gli odori persistono, per l’olfatto umano. Lo strumento li registra e scheda».

Con strumenti di questo tipo si possono monitorare le situazioni più svariate. Ad esempio nell’alimentare: «sempre per fare esempi, gli olii d’oliva, o i formaggi. Sui primi si valuta la shelf life, la durata del prodotto sul banco prima che si avvertano deteriorazioni; sui secondi vi sono applicazioni antifrode, per distinguere l’odore tipico di un formaggio di marca da ogni falsificazione». Vi è poi l’ampio campo dei monitoraggi in tempo reale della qualità dell’aria. «In questi giorni abbiamo in corso un monitoraggio su un depuratore a Monza, poi abbiamo altri tre lavori in simultanea in corso in Sicilia, in Toscana e in Piemonte». È possibile avere dei grafici in tempo reale riferiti a concentrazioni di odori registrati: quando si fanno più intensi (oggettivamente, non soggettivamente: ossia quando più forte è la disffusione delle sostanze responsabili della nostra percezione), scatta inesorabile il "picco".

A Pechino il progetto in cui è coinvolta PCA Technologies va avanti da oltre un anno: si tratta di un programma a lunga scadenza. Un grosso contratto cui si è giunti tramite un ente governativo italiano che ha vinto un appalto, rivolgendosi poi a chi aveva le competenze tecniche del caso. Risultati? Silenzio. Il governo locale non tiene per ora a renderli noti, e viene da pensare che sia meglio così, vista (e "annusata") la situazione: ma se i controlli si fanno è perchè si intende agire sul problema. «Nella realtà di Pechino il controllo della qualità dell’aria avviene con due sistemi, uno di tipo effettivamente sensoriale, cioè il cosidetto “naso elettronico” a sensori intelligenti, e uno di tipo sanitario-tossicologico con la sua evoluzione, il gas detector array, che determina quantità e qualità dei composti tossici presenti nell’aria». Questi ultimi possono non essere avvertibili. È noto ad esempio che il monossido di carbonio è micidiale e inodore. Lo diventa anche l’acido solfidrico o idrogeno solforato, H2S, riconoscibile dal caratteristico odore di uova marce, «oltre le 50 parti per milione (ppm). «Le vittime della tragedia sul lavoro a Molfetta sono morte così» osserva Crivelli: «un carico di zolfo in un vagone, irrorato con basi e acidi, una reazione chimica, e cinque persone avvelenate».

La sicurezza sul lavoro costituisce l’occasione di uno sfogo personale per l’amministratore della società. «L’azienda che costruisce fisicamente la strumentazione è una nostra consociata tedesca. In Germania c’è un’attenzione per la vita e la sicurezza di chi lavora che qui purtroppo ci sognamo. Se c’è una e una sola sostanza pericolosa, si predispone il sensore d’allarme per captarla. Ciò permette ai nostri colleghi di avere un mercato interno ben più ampio del nostro. Loro trattano con i Paesi più ricchi e avanzati, noi in prevalenza con quelli del Mediterraneo – Albania, Kosovo, Malta, Libia – dove pure cominciano capire le dimensioni del problema. La questione degli odori è sempre stata sottovalutata e slegata dalle emissioni, ma non è così: otto anni fa, all’inizio dell’attività, qui ci prendevano per matti. Oggi le aziende serie capiscono il problema e si attivano almeno per tamponarlo». Solo in Lombardia, ci ricorda Crivelli, «ci sono 285 aziende ad elevato rischio ambientale, di cui 20 in provincia di Varese. Ce ne fosse una che adotta strumentazioni come le nostre… Sa quando sono state usate? Alle Olimpiadi invernali di Torino, per i controlli antierroristici contro eventuali attacchi chimici. Purtroppo mettere insieme sostanze di grande pericolosità, perfino alcuni gas nervini, è relativamente semplice».

Crivelli lancia un appello. «Mi interessa relativamente poco vendere gli strumenti, ma vorrei che la Regione Lombardia e gli enti pubblici in generale si impegnassero a fondo per la sicurezza di chi lavora. Le istituzioni conoscano questi strumenti e ne comprendano le potenzialità. Da noi c’è un problema di cultura della sicurezza: anche senza arrivare ai nostri sensori più raffinati, almeno si usino quelli più semplici».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 07 agosto 2008
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