La Manchester d’Italia riapre dopo le ferie, ma senza fabbriche

Nel ricordo dello storico bustocco Luigi Giavini com'è cambiata la città, dopo la chiusura dei grandi insediamenti industriali

Luigi Giavini, autore di molti libri sulla lingua bustocca e sulla storia della città, guarda la sua Busto riempirsi di nuovo dopo le meritate vacanze. Ne è passato di tempo da quando si andava in ferie tutti insieme, per una sola settimana, a cavallo di ferragosto. Le grandi fabbriche della Manchester d’Italia come la Bernocchi, la Cantoni, il Cotonificio Bustese, Macchi, Frua, il cotonificio Ottolini (nella foto, oggi museo del tessile) chiudevano tutte insieme, dopo un anno di frenetica attività, per riempirsi di tecnici delle officine meccaniche che rimettevano a nuovo i macchinari.

Oggi i bustocchi vanno ovunque ma fino alla fine degli anni ’60 le mete erano tre o quattro: il lago Maggiore e il Sacro Monte per chi si muoveva con la corriera e la Liguria e Forte dei Marmi per gli "sciuri", i padroni delle fabbriche, quelli che avevano i soldi per andare oltre le "colonne d’Ercole" della provincia. «In realtà gli operai rimanevano nelle loro case a Ferragosto – ricorda Giavini – c’era la terra da coltivare e i soldi non bastavano mai. Le ferie erano diverse allora, le fabbriche chiudevano in massa e decine di migliaia lavoratori andavano in ferie insieme. Oggi è cambiato tutto».

La città ancora sonnecchia alla fine del mese, le strade sono ancora libere dal traffico delle 8 e vanno via via rianimandosi in questi ultimi giorni della settimana, prima dell’ultimo week-end di agosto. «Basta pensare – racconta ancora Giavini – che dagli anni ’60 alla fine degli anni ’80 hanno chiuso nell’area Altomilanese 28 aziende con più di 500 operai e altrettante con meno di 500 operai. Si parla di quarantamila posti di lavoro volatilizzati e solo in parte sostituiti dalla produzione della piccola e media impresa odierna». Anche il villaggio operaio del Cotonificio bustese non è più abitato da operai, oggi è un quartiere a forte percentuale di immigrazione. Gli operai sono molti meno a Busto e così anche nei grandi centri attorno, il terziario è il settore che ha assorbito gran parte della forza lavoro e le ferie sono cambiate di conseguenza.

«Qualche ricordo ce l’ho di quei momenti di festa popolare – racconta Giavini – avevamo un posto al Sacro Monte per la festa dell’Annunziata che ci tramandavamo da generazioni e così era per molti. A Castellanza, invece, ci si trovava per la festività di san Bernardo per mangiare l’anguria. Erano momenti di gioia popolare vissuti da migliaia di persone insieme». Il tempo è passato e delle grandi feste rimane il ricordo in una città vuota che ha visto scappare quasi tutti verso le mete ambite dall’Emilia Romagna alla Toscana, dalla Spagna alla Grecia. Nessuno ha più voglia di festeggiare a Busto Arsizio e non perchè, da lunedì, si torna a lavorare. Qualcosa è cambiato e Luigi Giavini lo sa, lo ha visto negli anni che passavano.

 

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 29 agosto 2008
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