“La musica, l’unica medicina senza contro – indicazioni”

Abbiamo incontrato il maestro Franco Cerri dopo il concerto che ha tenuto ieri sera, 29 agosto, al Palazzo Comunale di Angera

Si presenta con il sorriso di sempre, quel sorriso che dagli anni ’40 ad oggi lo ha accopagnato sui più grandi palcoscenici del mondo. Franco Cerri, considerato il più autorevole chitarrista italiano nel campo del jazz, ieri sera, 29 agosto, ha incantato il pubblico di Angera con il suono della sua inseparabile Gipson, immancabile fin dagli anni ’50, e il carico dell’ esperienza che solo grandi maestri conoscono. Un’ora e mezza di brani che si sono susseguiti nell’atmosfera cordiale che il maestro Cerri ha creato con il suo pubblico, introducendo ogni pezzo con simpatia e attenzione, presentando i suoi musicisti e ricordando parte delle tantissime esperienze che lo hanno accompagnato nella sua lunga carriera. Gesti ricambiati da un’atmosfera attenta e calorosa, come quella che il pubblico sà riservare ad un grande musicista.

Ad accompagnarlo sul palcoscenico, Albero Gurrisi all’organo hammond, Mattia Magatelli al contrabbasso e Riccardo Tosi alla batteria, formazione con cui quest’anno ha inciso il suo ultimo disco dal titolo "E venia dà campi che di Cerri Senti". Disco che in parte è stato presentato durante la serata di ieri con i brani "Brasil" di Barroso, "But not for me" di G.Gershwin, un versione nuova e originale di "When the saints go marchin" brano dedicato dal maestro a New Orleans, l’inedito S.O.S. dedicato al musicista Franco Donatoni che, come ha spiegato Cerri "è un brano scritto in occasione del memorial a questo grande musicista. E’ stato intitolato così per una serie di cause: all’inizio volevo chiamarlo "Per Franco Donatoni" ma era poco originale, poi "Per Franco" ma sembrava fosse un brano che dedicavo a me stesso, così ho pensato a Sos, dove la "S" sta per Schietto , Franco era Scheitto, la "O" sta per Offre" che significa Dona e la seconda "S" sta per Suoni come Toni. E’ una delle cose più belle che ho inventato…".

Cerri, si è esibito con i più grandi jazz-man internazionali, ha a lavorato con Billie Holiday, Bud Shank, Chet Baker, Dizzy Gi llespie, George Benson, Gerry Mulligan, Jim Hall, Johnny Griffin, Toots Thielemans per citarne alcuni, oltre che con i più grandi jazzisti italiani come Gianni Basso, Trovesi e Tullio De Piscopo. Nei ricordi lascia l’esperienza con il Quartetto Cetra, con il Modern Jazz Quartet e una vita vissuta per la musica e con la musica.

Alla fine del concerto in tantissimi si rivolgono al maestro per complimentarsi della serata e manifestarli il loro affetto e, nonostante, l’ora si sia fatta tarda ci concede con molta eleganza una breve intervista.

Lei è considerato uno dei più grandi jazz-man del panorama musicale internazionale, stessa verve di sempre, qual’è il segreto?

"Sono molto critico nei miei confronti, ho avuto molte dolcezze e complimenti in questi anni ma io la vedo con un’altra misura e mi chiedo perchè tutto questo per me. Cerco un rapporto con il pubblico, cerco di capire i suoi desideri, i gusti e, con il gruppo, cerchiamo di indovinare chi abbiamo di fronte, quali potranno essere le loro reazioni. Da qui, la scelta dei brani da eseguire durante la serata. E poi c’è il piacere di suonare con i musicisti che mi accompagnano sul palcoscenico."

Milano, città di cui lei è nativo, come avvertiva l’avvento del jazz che alla fine degli anni ’40 e ’50 nasceva in America?

"Negli anni ’40 se ne parlava già del jazz. Io ho iniziato a suonare nel 1946 e ricordo che tra noi musicisti ci si trovava ad ascoltare il jazz con il giradischi. Eravamo appassionati e nel nostro gruppetto già ci si muoveva, con Gianfranco Boneschi, il Quartetto Cetra, con Gorni Kramer ma il pubblico non ne era ancora servito. Questo perchè in Italia per la musica non c’è mai stata l’istruzione scolastica. Bisognerebbe invece avvicinare il pubblico alla musica, fare in modo che venga coinvolto, creare guide all’ascolto, dare un’educazione musicale. Io personalemte sono stato sette volte al Ministero dell’Istruzione per chiedere che questo succedesse, sono andato accompagnato da Kramere, da Enrico Intra, con il Quartetto Cetra ma non è mai cambiato niente. Noi abbiamo bisogno della musica come di bere, mangiare e dormire. E’ l’unica medicina senza controindicazioni "

E alle giovani leve che invece scelgono la musica di professione, quali consigli darebbe?

"Li ammiro molto, fanno dei grandi sacrifici sapendo che non lavoreranno mai. Come ti dicevo, è una professione molto difficile anche perchè non si è mai creata una categoria che possa ascoltare la musica. Oggi si ascolta una determintato genere di musica, che personalmente non amo, ma se ci fosse uno studio per l’ascolto ci sarebbe anche un cambio di direzione del mercato musicale."

Lei ha diviso il palcoscenico con i più grandi musicisti del panorama musicale internazionale. Quale tra quelli che ha vissuto le è rimasto più nel cuore?

"Tanti ma forse il mio primo concerto è quello che più di tutti ricordo con affetto. Avevo 23 anni, ho suonato al Teatro Astoria di Milano con Django Reinhardt. Solo il giorno dopo, quando mi sono svegliato, mi sono reso conto di quello che mi era capitato. Ma anche quello con Benson, con Becker che era una persona un po’ matta ma dolcissima, con il Quartetto Cetra. Ho una foto con Jim Hall e George Benson dove abbiamo tutti e tre in mano la chitarra, quella foto mia moglie la tiene appesa in casa e tutte le volte ricordiamo la grande spaghettata che avevamo fatto quella sera a casa. Non so, non riesco a sceglierne uno…"

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 30 agosto 2008
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