Le belle verità mai messe in pratica del Ministro Tremonti

L'intervento in aula del senatore varesino Paolo Rossi sulla manovra economica

Uno spettro si aggira per l’Europa: persino il presidente del Consiglio sarebbe tuttavia disposto ad ammettere che d’altro non si tratti, in questo caso, che dello spettro della recessione, i cui preoccupanti segnali si estendono ben oltre i nostri confini, e le cui problematiche investono ogni tipo di economia, in una prospettiva in cui globale e locale si avvicinano sempre più, fino in taluni casi a coincidere.

Il Paese sta vivendo una situazione economica e sociale sospesa tra rassegnazione e incoscienza, e in cui non a caso una dimensione virtuale e proiettiva – cui sarebbe fin troppo facile accostare suggestioni da grande imbonitore orwelliano – appare sempre più incombente ma che inevitabilmente, al tempo stesso, rende sfuocata ogni tipo di minaccia. Cosicché, in questa condizione di generalizzata confusione, si continua a vivere tra quotidiane paure e difficoltà, e l’illusione mediatica di essere immersi in un meccanismo di crescita infinita. Ci si affida, in momenti come questi, a messaggi di ottimismo. Ci si aggrappa a figure che sembrano incarnare l’essenza e il carisma del leader, vincente e risolutore. Ci si consola con una visione locale della politica che appare più vicina e rassicurante.

Il problema è che, di fronte a una situazione oggettivamente drammatica e di vera e propria recessione, non si ha la capacità e la forza di dare una scossa, di creare un intervento da corto circuito. Le risposte del Ministro Tremonti sono, parafrasando una celebre immagine, un pugno di velluto in un guanto di ferro: a una esponenziale crescita dell’inflazione non corrispondono concreti segnali volti a un’inversione della tendenza, e non occorre la sfera di cristallo per presagire che, a breve, la crisi e il calo dei consumi avranno significativi riverberi anche a livello occupazionale.

È stata evocata, da più parti, la crisi del ’29 come una sorta di alibi che possa giustificare l’impotenza. Ma è il quadro di riferimento a essere radicalmente mutato: quel modello, cioè, basato prevalentemente sul libero mercato e sul consumo e su un certo stile della comunicazione, che ha funzionato per decenni fino a quando i mercati di riferimento sono stati sostanzialmente quelli originari. Aree del mondo che hanno conosciuto un percorso sostanzialmente omogeneo di sviluppo della società, crescita dei diritti civili e dei lavoratori, distribuzione delle ricchezze e accesso alle conoscenze, tutelato e garantito da una rete organica di relazioni internazionali sul piano militare, politico e commerciale. Un modello ampio, su scala planetaria, e tuttavia protetto e riservato. Sulla spinta delle grandi multinazionali e affacciandosi sul mercato nuove aree del mondo con contesti sociali e costi del lavoro completamente differenti si è rotto l’equilibrio e abbiamo cominciato a percepire il fallimento dell’idea che il libero mercato fosse capace, da solo, di garantire una crescita equa, sociale e infinita. Il capitale, in particolare quello legato al manifatturiero, si è spostato dove era più alta la remunerazione, innescando lo sviluppo dei Paesi emergenti e provocando la deindustrializzazione dei Paesi originari. Sono arrivati quindi nuovi e grandi produttori di merce a basso costo e famelici consumatori di materie prime ed energia che stanno contendendo mercati e risorse concorrendo così, insieme ad altri fattori di stampo speculativo e politico, a determinare il crollo dei prezzi dei prodotti finiti e la formidabile impennata dei costi delle principali risorse.

Si è avviata, in questo modo, la parabola discendente di quel modello che vede, tutt’oggi, come riferimento gli Stati Uniti. Paese la cui economia, pur essendo sostenuta, con fatica, dalla loro banca centrale, appare sempre più sofferente. Flessione del potere di acquisto, consumi rallentati, disoccupazione, disagio sociale, sciagurate speculazioni finanziarie, configurano uno scenario dai contorni e dagli sviluppi che potrebbero essere fortemente problematici anche per l’intero contesto mondiale.

Per fare i soldi ci vuole capacità, ma per spenderli ci vuole cultura. Basta osservare lo spietato ritratto che emerge dai dati ISTAT sui consumi culturali per vedere dove è finito il Paese così orgoglioso della sua "arte di arrangiarsi" e dei "creativi per caso": un’Italia appoggiata su sconfinati giacimenti culturali, ma che si ostina a scavare con la vanga senza riuscire a estrarre più di una minima parte delle sue risorse.

Tremonti salì all’onore delle cronache – lo ricordiamo tutti – per le tre "I" (inglese, impresa, informatica) e per l’adagio "in televisione più inglese, meno ballerine". Cosa è rimasto di simili belle intenzioni, potete giudicare da voi. I tagli (fra cui alcuni necessari) vengono effettuati sulla Scuola e su un sistema dell’istruzione nel suo complesso, Università e ricerca comprese, che in breve lo condurranno al collasso. Senza capire che la valorizzazione di tali comparti, in un mondo sempre più terziarizzato, è l’unica vera risposta per i giovani al declinare di un futuro come promessa e all’inverarsi sempre più tangibile, nella precarizzazione incipiente, del futuro come minaccia.

Siamo immersi in una crisi assolutamente strutturale, economica e sociale: è chiaro che il "meno tasse per tutti" si sia rivelato per quel che è, una semplice boutade elettorale, come l’abolizione dell’ICI (unica imposta autenticamente "federale": perché non limitarsi a ridurla, come propugnato dal tanto deprecato Governo Prodi?), che penalizzerà la qualità dei servizi, facendo lievitare i costi per i cittadini. Un silenzio assordante grava sui salari, mentre si è aperta la caccia ai "fannulloni" che ha gettato nel dimenticatoio la lotta all’evasione fiscale. Viene da domandarsi: a che tipo di famiglia pensa l’Esecutivo di centrodestra, visto che se ne proclama ogni giorno l’alfiere? A quelle degli spot televisivi o a quelle che hanno visto, dal passaggio all’euro gestito da questa stessa Maggioranza senza alcun controllo sulle speculazioni, progressivamente impoverito il proprio potere d’acquisto?

Ben altro occorrerebbe per far dissolvere il fantasma della recessione, che da troppo tempo aleggia sul nostro Paese. Si cerca di esorcizzarlo, facendo credere ai cittadini che le vere priorità ed emergenze siano quelle che riguardano la mattonella sotto ai piedi del presidente del Consiglio.

Il resto, gentile Ministro Tremonti, non è che esibizionismo di un tipo di intelligenza che finisce per non convincere più nemmeno di quelle verità che continuamente ripete.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 01 agosto 2008
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