Presidio davanti al carcere per l’Imam

Molto partecipata la preghiera del venerdì nonostante l'assenza di Zergout. «Vogliamo fargli sentire la nostra solidarietà». Ma l'imam non è più detenuto ai Miogni

La preghiera del venerdì alla moschea di via Giusti c’è stata anche senza l’imam Abdelmajid Zergout . «La predica la farà uno di noi. L’importante è conoscere il corano», dice un anziano sulla porta della moschea. C’è molta gente, nonostante sia periodo di vacanze. Molti bambini e donne. Nessuno però vuole parlare di Zergout e della sua vicenda giudiziaria. «La comunità gli è vicina, come lo è stata in tutti questi anni. Abbiamo garantito il sostentamento a lui e alla sua famiglia. Lo avremmo fatto per qualsiasi fratello», dice Franco Sulayman La Spina, responsabile dell’associazione islamica di Sesto Calende.

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La Moschea senza Zergout 4 di 15

Fuori dalla moschea si sente la voce del predicatore che pronuncia con forza il nome di Zergout. Ma nella preghiera di oggi si è badato alla concretezza. La moschea di via Giusti ha l’affitto di tre mesi in scadenza e “l’imam provvisorio” ha ricordato che servono 5500 euro a breve. Stesso discorso per la bolletta della luce, altri 500 euro.

Un gruppo di ragazzi, dopo una discussione con gli anziani, appende uno striscione al cancello della moschea. “Liberate il nostro caro imam. Basta con l’ingiustizia”.

«Provate voi a vivere controllato ogni momento. Mentre sei con la tua famiglia, mentre abbracci un amico o i tuoi figli, mentre fai la spesa. Lui è un uomo buono, un padre di famiglia esemplare. Comprava sempre le caramelle ai bambini. Da quando non c’è si è spenta la luce della moschea», dice il giovane autore dello striscione.

Finita la preghiera la gente si saluta e un piccolo gruppo si dà appuntamento nel primo pomeriggio davanti al carcere dei Miogni per far sentire la loro presenza all’Imam. Hanno avvertito la digos che vanno a titolo personale, ma non sanno ancora che Zergout non è più a Varese.  «A noi interessa che a lui arrivi il nostro messaggio di solidarietà – dice Franco La Spina -gli serve perché ha ceduto psicologicamente altrimenti non si spiega la scelta di accettare l’estradizione. Non dimentichiamo che in Marocco c’è un regime illiberale e che lui lì rischia molto».

Tre striscioni vengono appesi di fronte al carcere. Il più grande recita: "Fratello Abou al Barà ( è il nome religioso di Zergout ndr) la tua famiglia e la comunità hanno bisogno di te qui. Pazienta di una pazienza bella". 

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 22 agosto 2008
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