«A Genova è saltata la legalità: squadrismo e tortura»

Don Andrea Gallo mattatore della serata organizzata dal comitato bustese Genova 2001. Il "prete di strada" genovese non si smentisce, mordace e polemico sui mali della società e della politica di ieri e di oggi: vista da sinistra

Don Andrea Gallo "martello pneumatico" della coscienza sociale. Una serata, quella vissuta presso la sala conferenze del Museo del Tessile e organizzata dal Comitato bustese Genova 2001, che ha visto mattatore il "prete rosso" del Porto di Genova, storico compagno degli emarginati e degli ultimi. Un ottantenne con tante cose da dire ai giovani: un discorso che prorompe con la forza di una valanga e con la schiettezza e il linguaggio "da camallo" di chi conosce bene la strada e la sua realtà. Filo conduttore della serata era Genova 2001, con il filmato "Fare un golpe e farla franca" di Enrico Deaglio, Beppe Cremagnani e Mario Portanova a precedere gli interventi, e il fresco ricordo dei meno reclamizzati fatti di Bergamo.

La serata vedeva don Gallo affiancato da Mirko Mazzali, avvocato del Genoa Legal Forum. Aderivano le associazioni e i partiti della sinistra bustese. A latere, banchetti di Legambiente e di Parada Italia. Un movimento vivo, insomma, che in certo modo si risponde da sè all’eterna domanda se un altro mondo sia possibile. C’è però chi ha fatto del suo peggio per mandarcene il più possibile, all’altro mondo, a Genova. Di questo è convinto Mazzali, ancor più per l’esito delle vicende processuali segnate da «due pesi e due misure»: chi può e chi no. «Per i fatti di corso Buenos Aires a Milano di qualche anno fa si applicò il "concorso morale": per la scuola Diaz, per i dirigenti di polizia non si è usato. A Genova si è condannato a nove anni chi sfasciava le vetrine, a un anno e sei mesi chi spaccava le teste. Ormai per imbrattamento di muri si mettono le stesse pene che per lo scippo alla vecchietta. Si indultano anche gli assassini, poi si vogliono i graffitari in cella. Dietro le ronde partono le contro-ronde, e dietro a tutti la polizia». Pazza Italia.

Chi ne ricorda tutt’altra è don Gallo. «Io che vengo dalla lotta armata» dirà di sè tra il serio e il faceto lui non violento: e parla della Resistenza. Lui ha vissuto l’alba della Liberazione, suo fratello era capo partigiano. Aria fresca e nuova: come la Genova del 1960 ribelle all’MSI contro Tambroni (e poi "punita" 41 anni dopo), o il Sessantotto di Mario Capanna e degli studenti. Decenni vissuti a fianco degli ultimi e dei portatori di cambiamento: e oggi? Oggi «più che mai c’è bisogno di camminare in direzione ostinata e contraria» dice citando l’amico Fabrizio De André. In fatto di artisti, ha parole affettuose anche per Manu Chao, mostratosi esemplare e generoso. «Sono qui per mettermi in discussione, per incontrarvi e tornare a casa più umano» dice, «più cristiano, più democratico, e anticapitalista». Il ricordo di Genova 2001 è per flash: Carlo Giuliani «assassinato», don Gallo che urla in tv, i manganelli, «il deserto» del sabato sera, fino agli orrori della scuola Diaz e alle indegnità di Bolzaneto. «A Genova comandava la Cia» denuncia il sacerdote: cacciata in un angolo («non contava niente») la figura dell’allora ministro dell’Interno Scajola, preso di mira è ancora una volta De Gennaro, oggi a capo dei servizi segreti. «È saltata la legalità: episodi di squadrismo, tortura. I cittadini hanno sperimentato il potere puro, arbitrario, esercitato senza paura, con impunità, da chi pure era filmato da mezzo mondo. Eravamo tanti, pacifici. Dicevamo: signori del G8, non è una cinica pretesa dirci che l’unico mondo possibile è il vostro, quello di Banca Mondiale, FMI, WTO?».

Cosa resta oggi? «Magistratura vilipesa, leggi ad personam o xenofobe, un federalismo sbracato, una Chiesa alleata del potere», un mondo ancora nelle spire di un neoliberismo «che nella sua malvagità» fa sì che l’80% delle risorse vada al 20% delle persone, «distrugge le istanze collettive, a partire dai sindacati, e combatte la coscienza critica. Comunque noi non siamo qui per piangere, ma per accendere un fuoco». Le provocazioni abbondano. È polemica dal linguaggio forte con le gerarchie: politiche, sindacali, ecclesiastiche. Su Eluana: «Il movimento per la vita? Andate a farlo là dove 25 milioni di bimbi sotto i tre anni muoiono ogni anno. Milano, la grande metropoli: 500 euro di multa per uno spinello… quando abbiamo 2000, dico duemila minori stranieri soli che vivono di espedienti e prostituzione». In un mondo dove «o sei produttivo o non conti niente» diventa rivoluzionaria la scelta non violenta, «un’umanità di tribù in marcia, dai sem terra brasiliani alle coperative agricole d’India o del Burkina Faso». Ed è tempo di arrivederci, «a Trieste, in Val di Susa, a Vicenza coi No Dal Molin, con i precari; arrivederci, bandiera rossa». L’ultimo intervento dell’anziano combattente con la tonaca è un "Bella Ciao" cantato in coro come un Osanna. Peccato che in troppi già non ricordino le parole, perse nel vento ostinato e contrario della storia dei vincitori.

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Pubblicato il 12 Marzo 2009
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