Carcere sovraffollato, i detenuti fanno ricorso a Strasburgo

Il sovraffollamento della struttura di via per Cassano, in cui sono detenuti in 450, dietro l'inusuale ricorso. trentaquattro, carcerati presso la casa circondariale di via per Cassano, hanno presentato ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo

Il carcere è sovraffollato e i detenuti fanno ricorso a Strasburgo. In trentaquattro, carceratipresso la casa circondariale di via per Cassano, hanno presentato ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo contro le condizioni di detenzione. Nel ricorso all’organismo, che non va confuso con la Corte di giustizia europea insediata invece a Lussemburgo, si cita la violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, che stabilisce il diritto a non essere sottoposti a trattamenti inumani e degradanti. Gli spazi medi in cella sarebbero ormai inferiori ai 3 metri quadri a persona.
La notizia non era nota ai responsabili del carcere, avendo i detenuti agito d’iniziativa tramite i propri legali. Non meraviglia neppure, purtroppo: via per Cassano era già nota come il quinto carcere d’Italia (il primo di una certa dimensione) per sovraffollamento e sabato scorso una dura nota del sindacato di polizia penitenziaria Sinappe rincarava la dose, parlando di "detenuti come polli in batteria" ricordando come la carenza di personale operante renda ancora più pesante la situazione.

Rita Gaeta, responsabile dell’area trattamentale del carcere, non può che prendere atto della notizia che circola. «Conoscete le condizioni del sovraffollamento: noi operatori quando ci inviano detenuti, e da Malpensa accade in continuazione, siamo costretti a riceverli. Trasferimenti in altre carceri? Gli altri istituti sono messi come noi». In un certo senso, non proprio: da un lato il sovraffollamento in cella non è ancora così estremo, dall’altro mancano però tutte quelle attività che invece contraddistinguono il volto migliore della casa circondariale di via per Cassano. «Noi operatori» ricorda Gaeta «ci impegnamo al massimo per garantire la possibilità di uscire il più possibile dalle celle, dove a volte sono rinchiusi in tre, a tutti quei detenuti che possano farlo. Abbiamo 180 posti e 450 reclusi», situazione che si commenta da sè.

In questo contesto, il termine "ristretti" assume pienamente la sua connotazione. «Attendiamo un decreto (noto come "svuotacarceri" ndr) che permetterebbe a chi ha meno di un anno di pena residua da scontare di farlo agli arresti domiciliari»: purchè, s’intende, disponga di un domicilio certo dove le forze dell’ordine possano controllarne la presenza. A Busto Arsizio non sarebbe comunque molto risolutivo, interessando, riferisce Gaeta (nella foto a destra), «una trentina di detenuti in tutto». Ricordiamo, a latere, che appena quattro anni fa vennero fatte scelte più drastiche e impopolari, amnistia e indulto. L’effetto fu cancellato nel giro di pochissimo tempo da un sistema che incarcera e detiene elevati numeri di persone, ma senza predisporre strutture e risorse adeguate. Soprattutto nel nostro territorio: scaricandone le conseguenze sui detenuti stessi in primis, e su coloro che sono deputati a sorvegliarli, ma anche a dare loro una seconda possibilità.

L’altra faccia della medaglia è quella delle attività per i detenuti per cui il carcere di Busto Arsizio è noto. «Ci sono possibilità lavorative e scolastiche, tante cose che si fanno nonostante la carenza di personale» ribadisce Gaeta, «il piano socialità coinvolge circa 200 detenuti» (nel carcere bustese il turnover dei detenuti, causa appunto la vicinanza dell’aeroporto, è impressionante: è il numero assoluto che resta sempre altissimo). «C’è chi studia, dalle elementari alle superiori; ci sono i laboratori, su tutti quello di pasticceria-cioccolateria, c’è il giornale ("Mezzo Busto", che già in estate riportava gli appelli dei detenuti-giornalisti a fronte del sovraffollamento)». Tutto vero, un impegno encomiabile e riconosciuto come tale, reso possibile anche e soprattutto dai volontari che dall’esterno del carcere portano un aiuto prezioso, come insegnanti, educatori e quant’altro. Ci sono anche progetti importanti di affiancamento con la scuola "di fuori". Ma la cosa più urgente resta il ripristino di condizioni di vivibilità minima nelle celle, perchè il purgatorio della reclusione, per quanto gravi siano le colpe addebitate ai detenuti, non diventi inferno.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 23 novembre 2010
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