L’Italia e le grandi fedi: un rapporto non sempre facile

Quattro testimonianze da fedi diverse. Verso l'ebraismo c'è una tiepida simpatia, il buddismo è ancora "di nicchia"; i musulmani sono spesso visti con sospetto. Il cristianesimo e la sfida della mondializzazione

Per la giornata del dialogo interreligioso organizzata dal PIME con il liceo Candiani, nell’ottica dell’educazione alla mondialità, erano quattro le fedi rappresentate: cristianesimo cattolico, ebraismo, Islam sunnita, buddismo tibetano. Ai quattro rappresentanti prescelti per il dialogo con i ragazzi, un quartetto ormai affiatato che da tre anni si ritrova annualmente per l’appuntamento dedicato alle classi terze, abbiamo chiesto quale sia l’atteggiamento che riscontrano da parte delle istituzioni, e più in generale della società italiana, verso le rispettive religioni.

Edoardo Fuchs, milanese, è di fede ebraica. Appartiene a una comunità antica, che si può giudicare del tutto integrata almeno dai tempi di Napoleone, ma che non sfuggì comunque alla criminale persecuzione nazifascista. «Per quella che è la mia esperienza personale mi sembra che ci sia ignoranza, ecco, ma non ostilità, verso gli ebrei. Per nulla. Al contrario, riscontro spesso della simpatia», sia pure epidermica, «senza una conoscenza profonda». Certo nelle percezioni «esiste una differeza profonda» ammette Fuchs «tra chi appartiene alla generazione che ha memoria della Shoah e chi è venuto dopo. Loro sentono i problemi in modo molto più forte e immediato. Si pensi a tutte le polemiche sulla beatificazione di Pio XII (il "papa del silenzio", 1939-1959): sono molto sentite dai più anziani, per noi giovani adulti è essenzialmente una diatriba storica».

Sumaya Abdelqader è perugina di nascita, vive a Milano da dieci anni. I suoi genitori sono palestinesi, figli della sventurata Terrasanta segnata dall’odio e dall’ingiustizia. «In Italia c’è un’irresponsabilità di fondo nel prendere atto della presenza dei musulmani e nel rispettare al tempo stess i principi fondamentali della Costituzione, tra cui la libertà di scelta religiosa e di creazione di libertà di culto. C’è dell’irresponsabilità e dell’incompetenza, in generale, nell’affrontare la questione della comunità islamica: non si conosce o non si vuole conoscere la realtà della presenza dell’Islam come seconda religione per numeri in Italia, dopo il cristianesimo. Tanti musulmani sono attivi e presenti nella società, nel lavoro, nella politica. C’è molta confusione fra la gente, istituzioni e mass media fanno passare l’Islam come una questione di ordine pubblico. I media riportano solo gli atti terribili, ma occasionali compiuti da parte di musulmani: si sente la notizia, ma non la condanna dell’accaduto da parte della grande maggioranza della comunità. Si "pescano" personaggi che rappresentano solo se stessi che incitano a levare crocifissi o alla chiusura culturale. Chi non ci conosce è diffidente e ha paura». Quale è dunque il ritratto dell’Islam d’Italia? «Una realtà sfaccettata, certo, con immigrati di confessione diversa da parti molto diverse del mondo, una realtà viva che chiede di essere vissuta, chiede confronto: io non devo essere cittadina italiana di serie B, perchè ho il velo; io per fortuna no, ma c’è chi ha diffcoltà a trovare lavoro. Così è, l’immigrato musulmano viene connotato in certo modo».

Marina Canova, milanese, è monaca buddista di tradizione tibetana presso il centro Mandala. Al buddismo è arrivata dopo un percorso di ricerca avviato già negli anni Sessanta. «Il buddismo è in Italia da tempo, ma è rimasto fenomeno di nicchia a lungo. Di recente on immigrazioni recenti dall’Asia – penso per lo più a Sri Lanka (i singalesi sono all’80% buddisti), la questione si pone. L’Unione Buddista Italiana accorpa le varie associazoni e fa da interlocutore con lo Stato. Ormai una decina di anni fa, sotto il centrosinistra, era stata fatta un’intesa complessiva relativa alle religioni "altre", riguardava fra l’altro il trattamento delle salme, l’assistenza spirituale anche in carceri e ospedali, la possibilità di pratica religiosa di un certo tipo. Be’, è rimasta lettera morta, e sono varie fedi a reclamare». E l’italiano medio come accoglie il buddismo? «Ad esempio, il nostro centro di ritiro nel Biellese, presso Oropa, all’inizio ha visto della diffidenza». Il buddismo ha però una virtù: «ha sempre interagito con le culture in cui arriva, declinandosi localmente: così anche in Occidente. Non dico che sta nascendo un buddismo occidentale, ma mondiale: qui si sono incamerati prima stili e folklore orientali come moda, oggi si privilegia l’aspetto filosofico».

Buon ultimo, Padre Paolo Salamone per il PIME, il pontificio istituto missioni estere che punteggia il globo con le sue presenze e il lavoro sovente benemerito delle sue missioni in realtà difficili. Chiedere del cattolicesimo in Italia appare quasi un non-senso, ma non lo è. «Siamo in un periodo in cui a ognuno è richiesta una scelta, anche in fatto di fede» riconosce padre Paolo. «Il confronto con fedi diverse, permesso dalla globalizzazione, dalle comunicazioni, mette in discussione il proprio credo». Qualche secolo fa sarebbe stato il panico, e la morte per il primo sospetto di "apostasia" (come avviene ancora in certi paesi musulmani). Ma i tempi cambiano, questa è l’Italia del XXI secolo: «È positivo: si diventa più critici ed esigenti, la scelta diviene più vera, più personale. Prima l’identificaizone con la confessione religiosa era più automatica»: sono italiano, dunque cattolico. Ora le domande sono più personali, anzi, si pongono, a differenza di prima: «Questa fede mi aiuta nella vita? È solo un abito o qualcosa che mi coinvolge nel profondo? A questo dobbiamo saper rispondere».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 25 novembre 2010
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