Sotto l’acqua aspettando di incontrare papà ai Miogni

Ogni settimana i parenti dei reclusi fanno la fila all'aperto per i colloqui. La direzione: «Non possiamo fare nulla perchè ufficialmente l'istituto è chiuso. Donazioni private potrebbero aiutarci»

Ogni settimana la scena è la stessa: file di parenti in attesa di entrare per visitare le persone detenute nella Casa Circondariale di Varese. Nel piccolo spiazzo davanti al cancello in via Morandi 5 il mercoledì e il sabato mattina – sole o piogga, estate o inverno – i visitatori aspettano di poter entrare. Fra loro genitori, mogli, sorelle, fratelli e anche tanti bambini. I gruppi di parenti possono entrare a scaglioni alle 9, alle 11 e alle 13.30. Quando si è formato il gruppo, un agente li accompagna all’interno dove, dopo aver superato il controllo documenti, possono incontrare il parente. Ma fra il cancello d’ingresso e la sala colloqui non c’è nessuna struttura intermedia per accoglierli. Si aspetta all’aperto e basta.
La scena non può essere certo passata inosservata agli occhi di chi transita da quella via. Fra questi c’è Matteo M., un lettore, che ci scrive: «Tutte le mattine per lavoro passo davanti alle carceri di Varese. Senza entrare nel merito della struttura fatiscente, ma è possibile che le persone che aspettano di entrare a far visita ai propri parenti/conoscenti devono aspettare fuori sotto l’acqua e non viene rispettata nessuna forma di privacy nei loro confronti? Già è umiliante l’attesa, ma mi chiedo: non è possibile fare qualcosa? I parenti non devono pagare e subire umiliazioni perchè persone vicine a loro hanno sbagliato!».

Una riflessione amara, ma non quanto la risposta che ci arriva dal carcere stesso. «Lo sappiamo bene e condividiamo le parole del lettore» dicono il direttore Gianfranco Mongelli (foto) e la responsabile dell’area educativa Maria Mongiello (nella foto, al centro). Ma subito dopo aggiungono: «È un problema che ci poniamo da anni, ma non possiamo fare niente». Attenzione, non si tratta di una "non volontà" e – in parte – neanche di una semplice questione economica. Il problema è più complesso e il direttore lo sintetizza così. «Il carcere di Varese è ufficialmente chiuso. Noi siamo aperti solo in attesa che costruiscano un nuovo istituto a norma». La struttura di Varese, visibilmente fatiscente all’esterno, è stata dichiarata "dismessa" con un decreto ministeriale nel 2001. «L’idea – continua Mongello – era di costruire sul territorio varesino una nuova casa circondariale per sostituire i Miogni che non sono più adeguati dal punto di vista edilizio. In questa condizione  non possiamo destinare risorse alla costruzione di una struttura intermedia per una prima accoglienza dei parenti». L’idea, il progetto e parte dei finanziamenti in passato c’erano già: insieme con l’Associazione assistenti carcerari San Vittore Martire la direzione aveva pensato di ampliare la struttura in cui sono ospitati gli uffici dell’area educativa (si trovano subito dopo il cancello d’ingresso, separati dal carcere vero e prorpio, ndr). «Era già stato previsto un finanziamento partecipato dalla Provincia – spiega Mongiello -, ma mancava un co-finanziamento che è stato bloccato in base al decreto del 2001. Ma il problema c’è e non può essere ignorato: pensiamo soprattutto ai bambini piccoli che aspettano fuori, a volte li facciamo entrare negli uffici».

Cosa si può fare quindi per migliorare le condizioni delle sei ore al mese (massimo otto per chi ha figli sotto i dieci anni) di colloquio a cui ha diritto ogni persona detenuta? Due cose, le più semplici: costruire una struttura intermedia per accogliere i parenti in ingresso e rendere più confortevole la sala colloqui, soprattutto per i bambini. E se con risorse pubbliche non si può fare, allora la strada è quella dei privati. «Se ci fossero delle risorse economiche destinate direttamente a questo scopo di potrebbe trovare una soluzione». Il direttore spiega che è possibile vincolare delle risorse attraverso la Banca D’Italia a dei progetti specifici. «Ma se questo è un obiettivo troppo difficile da raggiungere, allora pensiamo anche a cose più semplici come migliorare gli spazi per i colloqui. Servirebbero ad esempio dei giochi per bambini sotto i dieci anni».
La Casa Circondariale non resta comunque ferma ad osservare nell’attesa. «Cerchiamo in tutti modi di rendere più confortevole la vita qui dentro – spiega la resposanbile dell’area educativa -. Lo facciamo migliorando la qualità delle celle, ma anche creando spazi comuni più belli. Entro Natale sarà inaugurato un murales nella sala colloqui. In quell’occasione speriamo anche di regalare nuovi giocattoli ai figli delle persone detenute».

Se qualcuno volesse rispondere all’appello del carcere può contattare direttamente la Casa Circondariale di Varese,  via Felicita Morandi, 5, Varese – 0332 283708 o scrivere alla nostra redazione: redazione@varesenews.it.
L’ Associazione assistenti carcerari San Vittore Martire, che raccoglie anche indumenti, la trovate invece in piazza Canonica 8.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 12 novembre 2010
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