Rifugiati: l’Italia li accoglie, ma poi li abbandona

Ogni anno migliaia di richiedenti l'asilo e rifugiati arrivano in Svizzera dall'Italia. A spingerli a varcare la frontiera la carenza di misure di integrazione, di un alloggio e di un lavoro

Il reportage del sito Swissinfo

«Non c’è molto da fare qui… Niente lavoro; niente scuola». Sono le dieci del mattino e Vivian è seduta davanti alla televisione. Guarda le immagini che scorrono e cerca di captare qualche frase qua e là. Per imparare l’italiano, mi dice, ma anche per passare il tempo.
Vivian è fuggita dall’Egitto quasi due anni fa, dopo la caduta di Mubarak, assieme al marito e ai tre figli piccoli. Appena sbarcati in Italia, sono stati portati nel centro CARA di Mineo, nell’entroterra siciliano, dove secondo la legge italiana avrebbe dovuto restare al massimo 35 giorni. Il tempo di verificare la loro identità e definire la procedura. Qui infatti le condizioni di accoglienza sono minime, le strutture sovraffollate (fino a 1’300 posti) e le misure di integrazione insufficienti.
A Mineo, però, Vivian e la sua famiglia sono rimasti un anno. Fino a quando, attratti dal passaparola e da migliori opportunità di lavoro, hanno deciso di spostarsi a Milano. In tasca uno statuto di protezione umanitaria, un permesso nazionale di un anno rinnovabile.
La incontriamo al centro femminile di Via Sammartini, uno stabile spartano a pochi minuti di bus dalla stazione centrale di Milano. Qui vivono una trentina di donne e altrettanti bambini. Per lo più rifugiati e qualche richiedente l’asilo, per un tempo massimo di dieci mesi.

Richiedenti e rifugiati, tutti sotto lo stesso tetto
«I rifugiati non hanno diritto a un minimo vitale; faticano a trovare un alloggio e un lavoro. Spesso si ritrovano così in situazione di grande precarietà e fanno a capo alle diverse strutture di accoglienza per migranti. Questi centri sono però appena sufficienti a garantire un tetto alle migliaia di persone che sbarcano ogni mese sul territorio», spiega Don Roberto Davanzo. Direttore della Caritas Ambrosiana di Milano, coordina la gestione dei centri di accoglienza per conto del comune lombardo. Nel 2011, l’Agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR) ha censito 34’120 domande d’asilo in Italia; 15’170 nel 2012. A questi si aggiungono i rifugiati politici, stimati a 58’000 nel giugno dello scorso anno.
I centri d’accoglienza gestiti dal ministero comprendono però soltanto 10’000 posti circa e anche con l’aggiunta di quelli regionali non bastano a coprire il fabbisogno. Spuntano così le liste d’attesa: a Milano, una quarantina di donne e bambini attendono un posto letto al centro di Via Sammartino.
Di fatto, l’Italia è uno dei pochi paesi europei a non avere una legge quadro sull’asilo, ma una serie di decreti attraverso i quali cerca di far fronte all’emergenza migratoria, che in virtù degli accordi di Dublino la pone doppiamente in prima linea. «Il sistema è piuttosto frammentato e disomogeneo e crea grandi disparità tra le regioni», ci spiega per telefono lo svizzero Beat Schuler, giurista dell’UNHCR a Roma.

Troppo tardi, niente scuola fino a settembre
Mentre Vivian chiacchiera con una connazionale, visitiamo il centro di Via Sammartini. Chiavi in mano, la coordinatrice Daniela Ceruti ci mostra l’infermeria, la lavanderia, l’aula degli atelier e quella della ricreazione. Tutte rigorosamente chiuse. Per evitare i furti, ci spiega. Un paio di fanciulli scendono le scale di corsa. Strano, oggi non è un giorno festivo.
Daniela Ceruti ci spiega che molti bambini – inclusa la figlia maggiore di Vivian, nove anni – sono arrivati al centro soltanto dopo Natale. Troppo tardi per essere integrati in una classe scolastica. «Dovranno attendere fino a settembre. Al centro organizziamo corsi di italiano, in modo da prepararli ad entrare a scuola», afferma la coordinatrice.
L’ora di pranzo si avvicina e Vivian attende impaziente l’arrivo del marito. Lo vede quasi ogni giorno, ma non vivono insieme. A Milano, infatti, non esistono centri di accoglienza per famiglie e gli uomini sono dislocati in centri speciali, talvolta all’altro capo della città.
Cercasi lavoro, disperatamente

Ci spostiamo alla periferia nord di Milano, stazione Bignami. Nascosto in fondo a una viuzza, un cancello verde circonda un vecchio prefabbricato che dall’esterno ricorda più un magazzino abbandonato che un centro d’accoglienza. Qui, dove un tempo c’era una scuola, oggi vivono una cinquantina di uomini. A quest’ora del pomeriggio, il centro è quasi vuoto. Gli ospiti devono partire dopo colazione. La maggior parte va alla ricerca di un lavoro: in fabbrica, sui cantieri, nei campi. La legge italiana permette infatti anche ai richiedenti l’asilo di lavorare, a sei mesi dal loro arrivo. In tempi di crisi economica, tuttavia, le possibilità scarseggiano anche per questa manodopera a basso costo. Nel salone centrale, seduti a un tavolino, cinque o sei uomini discutono con gli assistenti sociali. Fanno un bilancio di questi dieci mesi trascorsi al centro. Tra un paio di giorni dovranno andarsene, ma in pochi hanno già trovato una soluzione alternativa. Qualcuno cercherà rifugio da un amico, altri magari finiranno in uno dei tanti spot illegali sparsi per l’Italia. Realtà da terzo mondo, ci dicono i volontari dell’ONG milanese Naga Har, che visitano regolarmente questi luoghi occupati. La gente dorme su materassi buttati per terra, in compagnia dei ratti, senza acqua potabile né elettricità. A rifugiati e richiedenti l’asilo resta un’altra possibilità: quella di mettersi in viaggio. C’è chi sceglierà di emigrare al sud, in attesa dell’inizio della stagione della semina; oppure più a nord, oltre la frontiera, diretti in Svizzera, in Germania o più su verso l’Olanda o la Svezia.

Il "turismo dell’asilo"
Stando a Beat Schuler, dell’UNHCR, l’Italia è considerata per lo più un paese di sbarco che di soggiorno. Da qui, i profughi tentano di raggiungere quei paesi dove c’è una forte presenza della loro comunità d’origine oppure cercano rifugio laddove sanno di poter trovare migliori condizioni sociali e lavorative. La Svizzera in questo senso è una meta, ma anche una passerella. Chi arriva nella Confederazione, spesso ha però già depositato domanda altrove, principalmente in Italia. E in Italia dovrebbe teoricamente essere rinviato. Il condizionale però è d’obbligo. Nel 2012, la Svizzera ha chiesto la riammissione per 11’029 persone respinte, di cui 6’605 all’Italia. Meno della metà (2’981) sono però state effettivamente trasferite. Le cause sono diverse, spiega l’Ufficio federale della migrazione (UFM): problemi di salute, ricorsi pendenti, ritorno alla clandestinità o partenze all’estero. Alcuni richiedenti poi si rifiutano di partire e sono trasferiti soltanto dopo mesi, con un "volo speciale". Un’accelerazione delle procedure è tra gli obiettivi prioritari della politica d’asilo svizzera. La realtà però mostra i limiti del sistema. Una volta atterrati a Milano o Roma – le due rotte previste dalla procedure Dublino – i rifugiati non vengono portati nei centri di accoglienza, come ci si potrebbe aspettare. «Sono considerati cittadini liberi», ci spiega Don Roberto Davanzo. Hanno qualche giorno di tempo per presentarsi in questura e riprendere la procedura d’asilo da dove l’avevano lasciata. «Per quanto ne sappiamo, non è detto che qualcuno prenda il primo treno per la Svizzera o la Germania. Come dar loro torto?», prosegue Don Roberto Davanzo.

La fine e l’inizio dell’emergenza
Torniamo a Milano. La giornata è di quelle uggiose e fredde. La primavera stenta ad arrivare. Il comune ha così deciso di posticipare di qualche settimana la chiusura dei dormitori per i senza tetto. È qui che si sono rifugiati molti richiedenti l’asilo nord-africani nelle ultime settimane.
A fine febbraio, infatti, lo Stato italiano ha deciso la chiusura dei cosiddetti centri speciali "emergenza Nord-Africa", che dal 2011 hanno accolto circa 28’000 profughi. Parcheggiati, senza alcuna misura d’integrazione. Ora che la crisi è ritenuta "conclusa", l’Italia ha messo alla porta i circa 13’000 ospiti rimasti, con un biglietto da 500 euro in mano e un permesso di viaggio di tre mesi. Dove andranno a rifugiarsi queste persone? Le ONG temono un aumento del numero dei senza-tetto. Dalla Svizzera, invece, c’è già chi paventa un nuovo afflusso di richiedenti, anche se per ora l’UFM sostiene di non aver riscontrato cambiamenti di rilievo nei flussi migratori.

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 18 Aprile 2013
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