Varese, si presenta Laurenza: “Non vivo di obiettivi minimi”

Mister "Oro in Euro" è nuovo presidente: «La società è una casa con quattro pilastri indispensabili» Rosati gli dà la spinta: «Ha grandi doti e idee innovative. Nessuno scossone per il mio passaggio al Genoa»

Uno degli aspetti che più si ricordano del Varese ai tempi della Serie A era la giovane età del suo presidente, Guido Borghi, messo da papà Giovanni al timone della squadra capace di fare lo sgambetto alle grandi del calcio di allora (e di oggi). Non siamo certo a quei livelli di anagrafe, ma quest’oggi il Varese ha dato un altro segno al football italiano spesso gerontocratico. Il pur giovane Antonio Rosati ha ufficialmente ceduto il testimone a Nicola Laurenza, imprenditore di 37 anni, già da tempo nell’orbita del pallone varesino grazie al suo marchio “Oro in Euro” che campeggia da diverse stagioni sulle maglie di Neto e compagni. La “cerimonia di investitura” si è svolta al Palace Hotel, dall’anno scorso quartier generale per gli eventi di un certo tipo, ed è stata di fatto suddivisa in due parti: prima ha parlato Rosati, ormai approdato al Genoa (diversi i giornalisti liguri presenti sul Colle Campigli), delineando il nuovo assetto societario, poi è toccato a Laurenza. Il nuovo “numero uno” è reduce da una breve trasferta di lavoro all’estero durante la quale ha valutato l’offerta del proprio predecessore: tempo per entrare nel profondo dei meccanismi societari non ce n’è ancora stato, ma la voglia di partire con il piede giusto è emersa fin da subito.

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ROSATI E LE QUOTE – Anzitutto però il commiato di Rosati, che poi tanto commiato non sarà soprattutto se la Federcalcio gli permetterà di mantenere il pacchetto di minoranza del 49% (difficile, a nostro parere). «Abbiamo inoltrato la richiesta agli uffici federali, stiamo aspettando una risposta» spiega il presidente uscente. Se così fosse, con Laurenza nuovo socio al 10%, all’incirca la stessa quota del tandem napoletano Fabozzi-Vitiello, rimarrebbe un 31% che verrà donato da Rosati ad Enzo Montemurro. Sul collaboratore storico e sul resto dei dirigenti biancorossi, il “pres” è chiaro: «Loro rimangono, hanno maturato esperienza in questi anni e la metteranno a disposizione del Varese e di nessun’altro. Non vogliamo dare scossoni a Varese e al Varese, manterremo salda la gestione sportiva e affidiamo il timone a una persona come Nicola che ha grandi doti imprenditoriali e idee innovative che possono dare una spinta ulteriore al club. E sarebbe bello che questo nuovo cambio di marcia possa aiutare il Varese a raccogliere quello che abbiamo sfiorato in queste stagioni». Rosati respinge anche accuse di tradimento («Avrei potuto portare via anche i collaboratori ma per il bene del Varese non l’ho fatto: tengo a questa società e spero di continuare a far parte del club») e ricorda che le porte del club, a certe condizioni, sono sempre aperte. «Nelle ultime settimane abbiamo ricevuto richieste, ma dalle solite persone che girano per l’Italia in cerca di una squadra di calcio qualsiasi: queste cose non ci interessano. Diverso è il discorso legato a Claudio Milanese: il Varese è sempre e comunque anche un po’ suo, ci è sempre stato vicino e di sicuro non ha bisogno di essere forzato. Se deciderà di entrare in società con una quota è ovviamente il benvenuto, ma sarà una sua scelta in piena autonomia».

LA CASA DI NICOLA – Il neopresidente, accompagnato al Palace dalla moglie Alessandra e dai pià stretti collaboratori, ha rinnovato il contratto di sponsorizzazione con il marchio “Oro in Euro” e ora è pronto anche per ricoprire il nuovo ruolo nel club. «Anzitutto ringrazio Antonio per l’occasione che mi ha proposto: per me questi sono stati due o tre giorni di patimenti e interrogativi perché oltre a fare una scelta di cuore dovevo farne una di testa, visto che sono uomo d’impresa. Però voglio dare un contributo attivo e ho accettato questa sfida che non è semplice, visto che Rosati è il presidente più vincente a Varese negli ultimi decenni. Accetto anche perché lo zoccolo dirigenziale resta saldo a partire da Enzo Montemurro che è da sempre il mio collegamento con la squadra e che stimo molto».
Chiamato a esporre la propria filosofia dirigenziale, Laurenza affronta la risposta con una metafora. «La stessa che faccio ai miei collaboratori all’interno dell’azienza: vedo la società come una casa con quattro pilastri, un terreno su cui è fondata e un tetto che ripari dalle avversità. I pilastri sono il club, i giocatori, i tifosi e i media, insieme alle istituzioni; il terreno in questo caso è il territorio su cui svolgiamo l’attività mentre il tetto è la fortuna, che aiuta gli audaci e di questo sono sicuro». Entrando nel dettaglio il neo-presidente tocca tutti i punti: «Il club è fatto di persone che in questi anni ho conosciuto: so che danno il 110% per il Varese e chiedo loro di continuare così. Sulla squadra, io ragiono da sportivo visto che ho remato a livello agonistico e mi tengo in forma con il triathlon. Ai calciatori chiedo di avere fame non solo per sé ma anche per il gruppo e vorrei che tornassero a giocare come facevano da piccoli, in cortile o al campetto. Sul lato tifosi mi piacerebbe aumentare il numero dei presenti allo stadio e chiedo a chi ci sarà di fare un gran baccano: tireremo giù con la forza della voce le vecchie tribune, così le faremo ricostruire più belle». Infine media e istituzioni cui Laurenza chiede «Un rapporto schietto, rispettoso ma critico perché mi interessa avere a che fare con persone che si confrontano e non con tirapiedi».
Il nuovo presidente, a differenza di tanti suoi colleghi che si presentano con promesse e frasi a effetto, mantiene un profilo con i piedi per terra: «Su stadio, campi d’allenamento, vivaio posso solo dire che non ho avuto tempo di entrare nel merito di questi aspetti. Per quanto riguarda qualche innovazione allo stadio ho alcune idee ma verificheremo se saranno realizzabili. Se invece mi chiedete qual è il mio obiettivo vi rispondo con quello che penso quando devo prendere decisioni, sul lavoro come nella vita. L’imprenditore è colui che compie l’impresa assumendo il rischio di morire sul campo di battaglia. Di certo non tiro a campare e non vivo di obiettivi minimi: se si vuole vincere bisogna essere disposti a perdere. Non sono uno che pensa di valere un pareggio».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 07 giugno 2013
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