Marta sui tubi: “La musica? Non bisogna aver paura di sporcarsi le mani”

Al Gash Musica Festival, venerdì 19 luglio, oltre alla musica terranno un incontro per parlare della discografia al giorno d'oggi. Appuntamento alle 18 a Villa De Strens

Giovanni Gulino ci risponde al telefono dal furgone che li sta portando da una tappa all’altra del tour. Da febbraio ad oggi, i Marta sui Tubi non si sono fermati un attimo e venerdì 19 luglio saranno al Gash Music Festival di Gazzada Schianno (ingresso 7 euro, apre la serata Kafka on the Shore) dove, oltre a tenere il concerto, incontreranno il pubblico per l’incontro dal titolo "Le cose cambiano. Come una band può rispondere al mutamento del panorama discografico" (ore 18). Un appuntamento per parlare di come sta la discografia oggi con una band che ha fondato la sua etichetta discografia, Tamburi Usati (anagramma di Marta sui Tubi), e si produce i dischi da sola. «Non abbiamo intenzione di produrre altri gruppi. L’etichetta è nata per una nostra esigenza ma il lavoro di squadra è imporante. Intorno a noi ci sono molte figure che lavorano per la buona riusciata del progetto. Cosa penso della discografia oggi? Penso che bisogna ripensarla e trovare un nuovo modo per sostenere gli artisti. Oggi i dischi non si vendono più, nemmeno gli Mp3 esistono più. Noi abbiamo scelto di fondare la nostra etichetta, era tre anni che lavoravamo in questo settore e avevamo capito come funzionano le cose. All’inizio da soli non è facile cavarsela da soli». Questa chiacchierata arriva dopo mesi intensi per il gruppo: a febbraio hanno partecipato al Festival di Sanremo ed è uscito il loro ultimo album "5, la luna e le spine". Da lì è iniziato il tour che li sta portando per tutta Italia con il furgone che sui lati ha scritto il nome della band. Se vi passano davanti, non potete non notarli. Tornando all’intervista e alla discografia, Gulino continua a rispondere alla nostre domande. 

Il tuo consiglio ai giovani musicisti che vogliono lavorare in questo settore qual è?
«Quello di sporcarsi le mani, di non avere pretese e di non avere paura della gavetta. Oggi, in molti, credono che basti suonare uno strumento per essere dei musicisti ma non è così. Bisogna essere in grado di saper valutare le cose e non innamorarsene. Essere in grado di autocriticarsi e di accettare i pareri che arrivano dall’esterno»

Torniamo a voi, come sta andando questo disco uscito a febbraio e durante il Festival di Sanremo?
«Molto bene, la spinta di Sanremo è stata forte e continuiamo questo tour dove ci sono tanti giovani che ci hanno scoperto anche grazie a quell’esperienza. C’è poi il nostro pubblico di sempre e noi non ci risparmiamo mai a livello di energia»

Come nasce il brano "Dispari"?
«E’ nato nella soffitta di casa mia, con Carmelo,  da un’improvvisazione. Il testo in buona sostanza parla del mondo dei social network con ironia. Io ho quarant’anni e vedo molte differente tra i rapporti che esistono oggi e quelli che avevamo noi. Prima una ragazza ti colpiva dopo averla vista negli occhi. Di lei non sapevi niente, dovevi scoprire dove abitava, seguirla. Cosa che oggi molto probabilmente viene considerato stalking (ride ndr). Oggi basta facebook, un campionario multimediale di noi stessi. E ho la sensazione che per molti quello sostituisca la realtà»

Nell’ultimo disco c’è un pezzo dal titolo "Vagabond Home", pensate ad altri pezzi in inglese per il futuro?
«Non facciamo programmi. Quel testo è nato così, abbiamo provato a tradurlo ma poi abbiamo deciso di tenerlo così. Il testo è profondo, parla dell’invidia che un giovane musicista prova per il suo idolo, talmente forte che sarebbe contento di vederlo "affondare"»

Sento che siete alle prese con il concerto di stasera, come va la vita da "rock star"?
«Vista da fuori può sembrare molto divertente ma è anche tanto faticosa. Sei sempre in giro, in viaggio. Ti da tanto ma ti toglie anche tanto. Tutto però viene ripagato dalla gente che è li ai tuoi concerti».

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 18 Luglio 2013
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