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San Vittore, un campo di deportazione sul suolo italiano

Il libro di Antonio Quatela "Sei petali di sbarre e cemento. Milano, carcere di San Vittore 1943-1945" (Mursia) sarà presentato presso la Biblioteca civica di Varese giovedì 24 ottobre. Interverranno l'autore, Marco Cavallarin e lo storico Enzo Laforgia

Vi sono dei luoghi in grado di condensare in sé tutta la storia di un’epoca. Il carcere, poi, luogo chiuso per definizione, «recinto», sembra essere lo specchio del mondo che si muove fuori dalle sue mura: ne riflette le angosce e le paure, rispetto alle quali, dal Settecento in poi, il potere progetta un nuovo e più efficace sistema di controllo. Lo spiegò nel lontano 1975 Michel Foucault nel suo fondamentale lavoro "Sorvegliare e punire. Nascita della prigione". Per il filosofo francese, il Panopticon, concepito da Jeremy Bentham nel 1791, rappresentò il modello paradigmatico del nuovo sistema di sorveglianza, punizione e disciplina: qui, da una torre centrale, un unico guardiano poteva controllare tutte le celle disposte circolarmente.
Proprio secondo quel modello fu realizzato nel 1880 il carcere milanese di San Vittore, «il Due», nel linguaggio di coloro che ne hanno attraversato il portone d’ingresso almeno una volta, perché in piazza Filangieri, al civico 2, vi è l’accesso principale.
Il libro di Antonio Quatela, "Sei petali di sbarre e cemento" (uscito in questi giorni per l’editore milanese Mursia), racconta la storia di questa «strana margherita» negli anni 1943-1945, a partire, cioè, dal momento in cui, nella notte del 10 settembre del 1943, piombarono su Milano i tedeschi della divisione corazzata delle Waffen SS «Leibstandarte Adolf Hitler». Due giorni dopo, un reparto tedesco prese possesso del carcere di San Vittore. Anche dopo il 23 settembre, data in cui nell’Italia del nord fu instaurata la Repubblica sociale italiana, buona parte del penitenziario milanese restò sotto il diretto controllo dell’occupante nazista.
Vi sono luoghi, si diceva, che restituiscono, in scala ridotta, l’essenza stessa di un periodo storico. Un appunto firmato dal prefetto Mario Bassi (già Capo della Provincia di Varese) e indirizzato al suo duce ai primi di novembre del 1944, descrivendo la situazione del carcere di San Vittore consente di cogliere perfettamente il ruolo subordinato e sottomesso della repubblichetta fascista: «Nel carcere esiste un braccio tedesco ed un tribunale germanico. Questo giudica i cittadini italiani colà ristretti non secondo le leggi italiane, e quindi non applica le pene stabilite nel codice e nella procedura del diritto penale italiano o militare, a seconda dei casi. […] I detenuti ristretti nelle sezioni tedeschi, sui quali l’autorità italiana non ha alcuna influenza, sono soggetti ai regolamenti germanici, e a questi è preposto u sottufficiale delle S.S. alle dirette dipendenze dell’albergo Regina».
Presso l’Albergo Regina & Metropoli, a due passi dalla Galleria Vittorio Emanuele, ebbe sede il comando delle SS e della Gestapo, alle dipendenze del famigerato Theodor Emil Saevecke. Direttamente a lui rispondevano i tre direttori tedeschi che si alternarono, tra il 1943 ed il 1945, alla guida di San Vittore. In quei seicento giorni, dal carcere milanese transitarono diverse migliaia di persone, diverse per genere e per condizione sociale: quella varia umanità che incarnò le diverse e molteplici forme della lotta al fascismo. È difficile stabilire con esattezza il numero degli arrestati. Le fonti documentarie sono lacunose. E così l’autore del libro ricorre alla testimonianze, per ricomporre una storia altrimenti frammentaria.
Una pagina importante di questa storia, della storia di questo luogo, è quella dedicata agli ebrei, rastrellati dalla speciale squadra guidata dal maresciallo maggiore Otto Koch (il suo ufficio era in via Marenco al numero 5) e destinati al quinto raggio di San Vittore. Dei politici si occuparono invece gli italiani dell’Upi (l’Ufficio politico investigativo), al comando del maggiore Ferdinando Bossi. A proposito delle attività di quest’ultimo, una fonte fascista osservava: «È stato […] accertato che contro alcuni fermati sono state compiute vere e proprie sevizie. [Bossi] si è specializzato in operazioni che esulano dal campo politico […], operazioni che si concludono con la consegna delle merci rinvenute alle autorità germaniche dalle quali viene corrisposta una percentuale».
Insomma, in quegli anni, intorno al carcere di San Vittore si incrociarono le storie più penose e i peggiori criminali. E questi ultimi non erano quelli che stavano dietro le sbarre.
Molte e commoventi sono le voci che ricostruiscono quei momenti, che descrivono il trattamento speciale cui furono destinati donne e uomini. La condizione di sofferenza emerge drammaticamente nelle parole di quella madre ebrea, rinchiusa lì con tutta la sua famiglia, che pregava affinché gli aerei anglo-americani centrassero con le loro bombe il luogo della loro detenzione: «Colpisci il carcere, facci morire tutti sotto le macerie!»
Da San Vittore transitò pure Leopoldo Gasparotto. Come si sa, fu poi trasferito a Fossoli nella primavera del 1944 e lì, all’inizio dell’estate, fu assassinato. A San Vittore fu detenuto Carlo Venegoni, inviato poi al lager di Bolzano-Gries. Da San Vittore furono prelevati i quindici patrioti che sarebbero stati assassinati a piazzale Loreto all’alba del 10 agosto del 1944. Liliana Segre fu prelevata da San Vittore per essere avviata ad Auschwitz il 30 gennaio del 1944: dei 650 ebrei partiti con lo stesso convoglio dal binario 21 della stazione Centrale solo 15 sopravvissero. Passarono di lì anche i varesini Antonio De Bortoli, Sergio De Tomasi e il professor Silvio Bracchetti. Tutti «deportati in patria», come scrive Quatela. Perché questo in effetti fu il carcere di San Vittore in quegli anni: un campo di deportazione sul suolo italiano.
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Il libro di Antonio Quatela, Sei petali di sbarre e cemento. Milano, carcere di San Vittore 1943-1945, Milano, Mursia, sarà presentato presso la Biblioteca civica di Varese giovedì 24 ottobre alle ore 18. Interverranno l’Autore, Marco Cavallarin ed Enzo R. Laforgia.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 23 ottobre 2013
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