Quella Vergine dei calciatori nata dalle macerie di Superga

La storia del dipinto realizzato negli anni ’50 sull’intuizione di un prete partigiano che aiutò gli orfani dei gerarchi fascisti

dipinto madonna calciatoriUn prete partigiano che protesse gli orfani dei fascisti fucilati e incarcerati. Una tragedia nazionale che sconvolse gli animi degli sportivi di tutto il mondo. E poi quell’azzurro delle acque del Lago Maggiore, colore ispiratore per il pennello di un artista grazie al quale nacque la patrona dei calciatori di tutti i tempi: Vergine che rischia di rimanere dimenticata nella sacristia di una chiesa, se non fosse per un progetto che a breve verrà lanciato per salvarla dai malanni del tempo.
La storia della Madonna dei calciatori, o del Verbano, parte da lontano, da quando in un Varesotto piagato dalla guerra e in una temperie di speranze e tormenti un prete vicino alle formazioni del Cln, don Natale Motta, si rimboccò le maniche per dare aiuto agli ultimi, che in quel momento erano i vinti. Prima intorno a Varese, nelle verdi valli con ville lasciate a sè stesse, poi proprio a Laveno Mombello, nacquero delle case di accoglienza per orfani di guerra. È possibile risalire a questa testimonianza attraverso il libro “Opere e giorni di un prete malvivente – Don Natale Motta, ribelle per amore” scritto nel 1995 da don Luigi Del Torchio: «Bisognava fare molto per loro, orfani di fucilati, figli di perseguitati, di condannati a lunghe pene per reati politici. Molti di questi bambini avevano perso entrambi i genitori, parecchi l’intera famiglia, tra persecuzioni e bombardamenti». “Passerotti spauriti”, li chiama don Motta, allora trentacinquenne, che ebbe nel luglio del 1945 dal prevosto di Varese, monsignor Alessandro Proserpio, l’incarico di assistere i profughi del conflitto appena terminato. Ma le ville dove tanti piccoli disperati trovarono rifugio, presto dovettero tornare ai legittimi proprietari, e l’opera di don Natale rischiava di restare senza un tetto. Il miracolo avvenne proprio in riva al lago, dove una grande residenza patrizia già utilizzata dal generale Garibaldi durante la battaglia di Laveno venne utilizzata per dare sollievo e conforto ai questi piccoli rimasti soli grazie ai fondi raccolti dai vecchi amici di Franco Ossola, scomparso assieme al Grande Torino nel disastro di Superga, il 4 maggio 1949. «Siamo in molti vecchi amici del povero Franco. Vorremmo riuscire a raccogliere tanto da intestare un letto alla sua memoria», spiegò a don Natale Umberto Tremignoni, amico del grande campione varesino. Così nacque l’Istituto Franco Ossola di Laveno Mombello. E proprio per ringraziare il buon cuore degli sportivi varesini, lo stesso don Natale ebbe un’intuizione geniale: dedicare una Madonna ai calciatori, una Patrona del football, proprio come quella del Ghisallo per i ciclisti. Venne dato l’incarico al pittore ligurnese Carlo Cocquio: grazie alla sua ispirazione e ai capelli biondi della figlia Maria Elvira che posò per il dipinto, venne alla luce la Madonna.
Il quadro fu al centro di un procedimento religioso con l’obiettivo di assurgere il dipinto al ruolo di “Patrona dei calciatori d’Italia”: un disegno che ebbe l’appoggio del cardinal Ildefonso Schuster, allora a capo della diocesi di Milano. Il dipinto addirittura approdò al soglio pontificio, con tanto di benedizione di Pio XII avvenuta in Vaticano il 9 maggio del 1951. Sempre dalle cronache riportate nel testo di Motta sembra che il santo Padre abbia apprezzato l’opera, definendola “bella e moderna!” proprio prima della benedizione.
Un divertente aneddoto riguardò la collocazione della bandiera giallorossa nel quadro: il Papa era difatti tifoso della Roma. E la “magica” di quel periodo non brillava certo per grandi meriti sportivi, dal momento che in quell’anno venne retrocessa in B: il pittore scelse la collocazione dei vessilli delle squadre riproducendo fedelmente la classifica del campionato. Non fu certamente questo “incidente diplomatico” a far cadere nel dimenticatoio il quadro negli anni successivi.
In un articolo apparso su Rmf online qualche anno fa, Alberto Pedroli parla difatti di un “piccolo giallo” attorno alla Patrona dei calciatori. “Ottenuto l’appoggio del Cardinal Schuster, emanato il 13 aprile 1951, il decreto della Congregazione dei Riti ed effettuata il 9 maggio in Vaticano l’udienza con la presentazione del quadro al Santo Padre – scrive Pedroli – , una nota della Congregazione dei riti a Schuster del 14 luglio 1951 invitava a “desistere da qualunque affermazione e propaganda in proposito” in quanto “varie e gravi ragioni hanno consigliato di soprassedere alla compilazione del Breve apostolico” che avrebbe dovuto seguire il decreto». Un sogno che rimase tale, insomma, sebbene nella Laveno degli anni 50’ venne comunque data grande enfasi al dipinto, celebrato grazie anche all’interessamento di alcuni giocatori della nazionale di calcio; con gli anni, però, l’entusiasmo per l’opera venne meno e finì fra gli oggetti custoditi dalla sacrestia della Chiesa Nuova di Laveno Mombello, dove quella luce emanata dalla vergine, oggi rimasta opaca nelle tempere, verrà forse riportata agli antichi splendori da una raccolta fondi per i restauri.

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Pubblicato il 06 maggio 2014
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