È la sfiducia il male che affligge la gioventù italiana

Kpmg, network leader nel mondo nei servizi professionali alle imprese, ha proposto un sondaggio a 800 laureati da 100 e lode per valutare le loro aspettative nel campo del lavoro.

I giovani sono la fascia più colpita dalla crisi, si sa, per questo Kpmg, al 21esimo posto tra le 100 migliori società per cui lavorare in Italia (http://universumglobal.com/ideal-employer-rankings/student-surveys/italy/italys-2014-ideal-employers/), ha proposto un sondaggio a 800 laureati da 100 e lode per valutare le loro aspettative nel campo del lavoro.
Le premesse sono che l’Italia è un paese con il 43% di disoccupazione nella fascia tra i 15 e i 24 anni (Istat, maggio 2014), seconda solo alla Grecia e alla Spagna, e ben superiore alla media europea del 23%. Fattore preoccupante anche perché la fascia di popolazione più giovane ha spesso contratti di lavoro più "deboli", con minori tutele, che spesso faticano ad essere trasformati in rapporti di lavoro a tempo indeterminato. Tra i dati più preoccupanti, oltre al fattore inattività (73% dai 15 ai 24 anni), che però non tiene in conto chi è impegnato nella formazione, è quello dei Neet, ovvero quella
categoria, come dice l’acronimo (Not in education, employment or training), che non solo non possiede e non ricerca un’occupazione, ma non è neanche occupato in un qualsivoglia percorso di formazione o educazione.
Per far fronte alla situazione, nel mese di marzo il governo ha emanato un decreto-legge, il cosiddetto Jobs Act, agendo soprattutto su contratti a termine e apprendistato, per favorire l’ingresso nel
mercato del lavoro a giovani e disoccupati. Purtroppo, come riporta lo studio, i benefici di questa manovra non emergono dai dati ufficiali. I problemi alla base sarebbero da relegare al sistema scolastico italiano, e al lungo percorso formativo delle università nostrane, che è stato diminuito dalla riforma universitaria del 2001/2002, cambiamento che non sembra aver ottenuto l’effetto sperato. Il tasso di disoccupazione a un anno dalla laurea, inoltre, non mostra differenze sostanziali tra i diplomati uscenti da corsi di primo livello e quelli uscenti da corsi di laurea specialistici. Insomma, le aziende fanno fatica a valutare le abilità ottenute dallo studio nelle università. «È inevitabile che, nella fase attuale dell’economia, le opportunità di lavoro a disposizione dei giovani siano inferiori rispetto ad alcuni anni fa – commenta nell’introduzione Francesco Saita, dell’università Bocconi –. Il problema è però quanto l’Italia sia in grado di offrire opportunità interessanti nella competizione per i talenti […] saper costruire dei percorsi di crescita chiari e strutturati per i giovani, che offrano qualche possibile corsia preferenziale di crescita professionale, specie nei primi anni di carriera […] anticipare la fase del recruiting, seguendo un approccio diffuso in molte realtà internazionali. La collaborazione tra università e aziende non solo contribuisce allo sviluppo personale e professionale degli studenti, ma accresce al tempo stesso la loro competitività rispetto ai colleghi di altri paesi».
Esiste infatti un’asimmetria tra quanto viene richiesto dagli imprenditori e le competenze che i
giovani dimostrano di avere nel momento dell’ingresso nel mondo del lavoro. Tra gli altri problemi la
mancanza di meritocrazia, dimostrata dalla differenza d’impiego tra i laureati e i diplomati, confrontata con quella degli altri paesi europei: per fare un paragone, mentre in Belgio il 76% dei diplomati e l’84% dei laureati tra i 25 ei 29 anni ha un impiego, in Italia sono più i diplomati ad avere un lavoro: il 56%, contro un 50% dei laureati. I numeri appaiono irrisori soprattutto confrontati al numero dei giovani impiegati che possiedono solamente un titolo di studio da scuola primaria: il 48%. Inoltre, solo il 29,6% dei laureati conferma di aver aver raggiunto una posizione migliore grazie al titolo di studi, prospettiva che causa sconforti e incoraggia sempre meno studenti ad investire in corsi universitari. Per questo forse in Italia solo il 15% dei cittadini tra i 25 e i 64 anni ha conseguito una laurea (contro una media dei paesi OCSE del 32%), o forse anche perché i laureati tra i 25 e i 34 anni percepiscono uno stipendio superiore solo del 22% rispetto ai coetanei diplomati. Tutti questi indicatori rappresentano l’elevata sfiducia nel futuro che affligge la gioventù italiana.

I RISULTATI

Questa sfiducia è testimoniata anche dalle risposte al sondaggio in questione. Il campione preso era
composto per la maggior parte da eccellenze, di cui il nostro paese non è certo privo: gli 800 ragazzi che hanno partecipato al “survey” condotto dal Kpmg hanno infatti ottenuto quasi tutti votazioni superiori tra il 100 e il 110 e laurea specialistica, ed hanno partecipato a un’esperienza all’estero (programma Erasmus). Nonostante le alte qualifiche, però, i partecipanti al sondaggio si sono dimostrati molto disillusi nell’ambito di una ricerca lavorativa. Infatti, la maggior parte di loro (40%) ritiene che la formazione italiana sia poco in linea con gli standard europei e globali, il 65% vuole ottenere un lavoro da dipendente (nonostante vada detto che il 22% di partecipanti che vuole intraprendere un lavoro autonomo sia comunque molto alto). Colpisce anche come la risposta più selezionata, dopo “la vicinanza col posto di lavoro”, alla domanda “A cosa sarebbe disposto a rinunciare per avere la sicurezza del posto di lavoro?” sia la “coerenza con il percorso di studi effettuato”. Tra le altre risposte, la maggior parte degli intervistati (33%) ritiene di dover passare per almeno 2 contratti a termine, prima di trovarne uno a tempo indeterminato, con un 38% che ritiene che arriverà a cambiare lavoro da 3 a 5 volte. Tuttavia, ricordiamo che si parla di eccellenze, e le percentuali che colpiscono sono quelle alte degli indecisi, che non sanno quante volte cambieranno lavoro (26%), o quanti contratti a tempo determinato dovranno firmare (24%), prima di trovare un posto fisso, che sembra una prospettiva sempre più incerta per i giovani in cerca di un lavoro.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 08 luglio 2014
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