Il ritorno di Favino: “Amo i personaggi con un forte conflitto personale”

Intervista all’attore dopo le esperienze i diversi film americani. Dall’11 settembre nelle sale con “Senza nessuna pietà”, dove è ingrassato di 20 chili per interpretate il muratore Mimmo

«Sono attratto dai personaggi che devono affrontare un conflitto, delle scelte, una guerra personale». Parole di Pierfrancesco Favino che è appena tornato dal Festival di Toronto, dove era andato a presentare "Senza nessuna pietà", il film nelle sale italiane da giovedì 11 settembre. Come al festival di Venezia, l’opera di cui è anche co-produttore oltre che protagonista, è stata accolta molto bene. Diretto dall’esordiente Michele Alhaique, Favino, ingrassato di 20 chili, interpreta Mimmo, muratore della periferia romana, cresciuto dallo zio (interpretato da Ninetto Davoli). Ed è proprio lo zio che lo ha fatto entrare in una realtà di microcriminalità dove Mimmo si occupa di recuperare crediti e, nel caso, usare anche le mani. Fino all’incontro con la giovane escort Tania, molto simile a lui nell’animo, grazie alla quale scatta in Mimmo una voglia di riscatto e ribellione.

Senza nessuna pietà" è il ritorno ufficiale di Favino al cinema italiano dopo le esperienze internazionali come "Wolrd War Z" e "Rush". Il film è in programmazione al cinema Nuovo di Varese, gestito da Filmstudio ’90, l’associazione di Giulio Rossini che coinvolge numerosi volontari. Per l’occasione abbiamo incontrato Favino, entusiasta della “resistenza” dei cinema monosala: «Sto tornando adesso da Toronto, un festival tenuto in piedi da volontari, ma non solo: tutta la città è coinvolta. Anni fa non era così, invece oggi questi volontari ti accolgono all’aeroporto, ti accompagnano in sala. Non è come a Cannes o Venezia. Qui si respira un’aria in cui tutti sono coinvolti, non soltanto gli addetti ai lavori. È bello anche negli altri festival, ma Toronto ha questo qualcosa dato da tutta la città. Io ammiro chi ha questo desiderio di proteggere il cinema, di far crescere questa passione e fare proseliti. Per questo voglio esprimere un mio personale ringraziamento a queste sale, a queste persone di Varese e non solo che hanno creato l’affetto per il cinema. Io mi ricordo i cinema dove ho visto i film e molto spesso quell’esperienza è legata alle sale. Non è una cosa da poco, per questo faccio loro tanti complimenti e dico grazie».

Tornando a “Senza nessuna pietà”, ha scelto di tornare al cinema italiano con un piccolo film…
«Non direi piccolo. Diciamo che è una produzione media per l’Italia e ha delle grandi ambizioni. Non ha certamente la dimensione di un blockbuster, ma è una storia forte. Avevo proprio voglia di misurarmi con una cosa così. È diverso da tutto quello che avevo fatto prima. Quando ho letto la sceneggiatura non volevo staccarmi. Conoscevo Michele, il regista, e condividevamo un’idea di cinema che è quello che ci piace vedere. Volevamo realizzare una storia che coinvolgesse lo spettatore a livello di tensione, creando una grande passione per i personaggi».

Infatti, oltre che come attore, si è messo in gioco anche come co-produttore. Cosa l’ha spinta verso questa scelta?
«Ho deciso con gli altri produttori, Maurizio Piazza e Alessandra Russi, che volevamo realizzare questa storia a modo nostro: tutte le persone che ne facevano parte avrebbero dovuto avere libertà creativa. In più, credo che chi è arrivato a una certa situazione di notorietà e possibilità, debba aiutare altri ad avere l’occasione di esprimersi. Per questo sono orgoglioso di aver aiutato a esordire un regista bravo come Michele. Oggi è sicuramente più complicato debuttare dietro la macchina da presa».

Per la parte ha subito una forte trasformazione fisica. Era necessario?
«Ho sempre lavorato anche col fisico, magari non in maniera così evidente, ingrassando o dimagrendo di una decina di chili, a seconda di quanto richiedevano le parti. Per questa interpretazione mi è bastato leggere le prime tre righe della sceneggiatura dove si dice che Mimmo è un uomo “grande, grosso e che fa paura”. Dovevo suscitare quel sentimento. Non sono ingrassato di 20 chili per un virtuosismo, ma perché questo corpo è un’armatura che lo tiene all’interno di un mondo, confinato in una realtà difficile, ma proprio per questo accettato e rispettato. Poi ho visto che anche nella vera la reazione delle persone a questo mio cambiamento era diverso. Si avvicinavano tutti in un altro modo, anche gli stessi amici. Anche questo mi ha aiutato a capire le difese di Mimmo».

Nei suoi ultimi film italiani, da “Acab" a "Romanzo Criminale", i personaggi hanno mostrato un’anima spesso nera e sfaccettata. Ha una predilezione per questo tipo di storie?
«Credo che storia, qualsiasi storia, viene portata avanti da un conflitto, da un personaggio che deve affrontare una difficoltà, una sua guerra personale. Io sono attratto da questo tipo di personaggi come spettatore e quindi anche come attore vado in quella direzione. Così, forse, riesco a esprimere una parte di me, anche se non avviene volontariamente».

Dopo l’oscar alla "Grande Bellezza” di Sorrentino, e anche dopo il suo impegno in film americani, secondo lei come viene visto oggi il cinema italiano dall’esterno?
«Da cinque anni a questa parte il cinema italiano viene premiato in molti festival. È molto importante e l’accoglienza ai nostri film è molto calda e positiva. Di questo bisognerebbe essere più orgogliosi e noi dovremmo continuare a lavorare perchè questo avvenga sempre più spesso. Forse in Italia dovremmo crescere più come industria, magari senza esagerare come negli Stati Uniti, ma assumendo un modello più francese». 

I prossimi progetti, tra Italia e Stati Uniti?
«Adesso ho finito di girare una serie televisiva per Netflix, una piccola parte nella serie tv “Marco polo", poi ho girato per RaiUno “Qualunque cosa succeda” che sarà trasmesso in autunno e che riguarda la vicenda Ambrosoli, Poi riprende l’attività teatrale dal 4 novembre e a dicembre sarò al teatro Manzoni di Milano. Insomma tantissime cose e altre in arrivo».

Nel 2012, dopo essere uscito in pochi mesi con quattro film italiani, aveva detto di voler staccare un po’…
«E l’ho fatto. Volevo capire come poter fare qualcosa di diverso, ma avevo bisogno di fermarmi. Mi è servito perché credo che con questo film, “Senza nessuna pietà”, abbiamo davvero fatto qualcosa di grande e unico».

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 11 Settembre 2014
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