Dove vanno i piccoli? L’economia “on the road”

Il giornalista del Corriere della Sera, Dario Di Vico, ha presentato il suo ultimo libro: "Cacciavite Robot e Tablet" al Faberlab di Tradate

In che direzione va il paese delle piccole imprese? Quello che produce, che innova, che esporta il proprio sapere senza troppo clamore, spesso in compagnia solo di una valigetta e di una buona dose di "spirito d’avventura"? Alcune risposte le ha offerte Dario Di Vico, giornalista di punta del "Corriere della Sera" e autore a quattro mani di un saggio scritto con l’economista Gianfranco Viesti: "Cacciavite Robot e Tablet", presentato ieri sera, venerdì 6 febbraio, al Faberlab di Tradate, l’officina digitale nata dall’impulso di Confartigianto Imprese Varese

Un incontro moderato dal vicedirettore di VareseNews, Michele Mancino, in compagnia degli imprenditori Alessio Travetti e Simone Maccagnan, che ha ruotato attorno ad alcuni temi centrali per il rilancio di un Paese affetto da "nanismo industriale" ma capace, nonostante una spietata selezione darwiniana, di resistere alla grande crisi. 
Innovazione, internazionalizzazione, politiche attive a sostegno delle imprese, sono i cardini attorno a cui ha ruotato la conversazione a cui hanno preso parte anche il presidente nazionale di Confartigianto, Giorgio Merletti e il presidente di Confartiginato Imprese Varese, Davide Galli.  

Per comprendere l’Italia di oggi dobbiamo «ragionare sui piccoli di ieri – esordisce Di Vico -. Persone mosse, oltre che da una motivazione imprenditoriale, anche dalla ricerca del benessere, dal desiderio di migliorare la propria condizione economica. I piccoli di oggi – continua il giornalista – hanno di fronte a loro uno scenario antropologico diverso e non è scontato che il movimento delle "nuove aziende", le cosiddette start-up, stia generando uno nuovo ciclo economico. 
L’imprenditore di ieri è stato bravo a superare sfide importanti, ma la produzione standardizzata e quindi la possibilità di imitatare, hanno giocato a suo favore. Oggi siamo di fronte a una nuova discontinuità, quella tecnologica, in cui bisogna confrontarsi con un mercato molto più vasto e in cui il capitale umano gioca un ruolo di primo piano».

«Gli italiani – continua Di Vico – sono eccellenti produttori, ma una volta realizzato il prodotto non sanno né come venderlo, né come distribuirlo». Due fattori che penalizzano la ripresa e che, se paraganoti alla grande distribuzione francese (Decathlon, Carrefour, Leroy Merlin, solo per citarne alcuni) riporta la discussione al famigerato "nanismo italiano" che affligge il nostro tessuto produttivo.

Ma come somministrare gli ormoni giusti per la crescita del Paese? Qui le opinioni differiscono. Per Simone Maccagnan, titolare della Gimac di Castronno, essere piccoli vuol dire anche essere agili sui mercati, indipenti nelle scelte, familiari nei rapporti lavorativi.
Per Alessio Travetti della Travetti di Arcisate, piccolo è invece sinonimo di qualità riconosciuta e apprezzata dalle grandi multinazionali, affamate di "Made in Italy", che da lui si riforniscono. 

Proprio qui si innesta un altro grande tema toccato dalla serata: gli investimenti. Secondo Di Vico le multinazionali che decidono di investire in Italia, «il caso Whirpool fa scuola», non devono intimorire i piccoli. «Non si parla mai delle aziende italiane che comprano all’estero, ma quando una azienda straniera viene in Italia è allarme nazionale. Eppure il mercato va proprio in questa direzione: la concentrazione».
Per tutelare il tessuto produttivo, secondo il giornalista, basterebbe "una politica attiva a tutela delle imprese", che stabilisca dei parametri che classifichino le grandi imprese pro-territorio. 
«Non è un discorso legato solo alle possibilità occupazionali che offrono i grandi – dice Di Vico – ma anche a tutti quei servizi che possono generarsi dalla rete tra una grande compagnia e le piccole imprese, o start-up, che le ruotano attorno». 

Una politica, e qui casca l’asino, troppo spesso assente e contraddittoria che, come ha rilevato il presidente di Confartigianto Giorgio Merletti a fine dibattito: «Dice tutto e il contrario di tutto». 
Proprio per questo, forse, a parlare di politica industriale e di rilancio del Paese, si riesce meglio a Varese che non a Roma. 

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 06 Febbraio 2015
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