Credito alle imprese, si stanno scontrando due culture

Le banche selezionano i clienti migliori e applicano con rigidità le regole europee per evitare crediti di scarsa qualità. Alla Liuc si è parlato di crescita e nuova finanza

Master finanza

Non appena Lorenzo Macchi, partner Kpmg, finisce di parlare di stress test, logiche di valutazione del credito nell’analisi finanziaria e di Aqr, acronimo che sta per asset quality review, cioè l’insieme di strumenti con cui la Bce interpreta il ruolo di Cerbero nei confronti delle banche europee, si alza una mano tra il pubblico. «Il nuovo impianto normativo europeo che lei ha illustrato è bellissimo, ma la realtà che viviamo è un’altra cosa. Noi siamo latini, quel sistema è di tipo anglosassone».

Al master di direzione amministrazione finanza e controllo di gestione, organizzato dalla docente Catry Ostinelli della LiucUniversità Cattaneo in collaborazione con Ivan Spertini socio Kpmg, l’imprenditore che ha appena parlato siede accanto al banchiere. Luca Barni, direttore generale della Bcc, annuisce mentre ascolta l’intervento e memorizza la slide che illustra le regole per erogare un credito “performing”, cioè di qualità. «Ha ragione – sottolinea Barni – si stanno scontrando due culture: una, protestante e meritocratica, l’altra, levantina e clientelare. Non si puo’ più prescindere da un buon patrimonio, dalla valutazione nel tempo dell’Ebitda (l’utile prima degli interessi passivi, imposte, svalutazioni e ammortamenti su beni materiali e immateriali, ndr) e da un flusso di cassa al servizio del debito, perché sono i driver per ottenere credito. Insomma, rischia quanto vuoi, purché tu abbia i mezzi per farlo».

Le nuove regole stabilite dal Comitato di Basilea non nascono come obbligatorie. Eppure le banche da qualche anno le applicano già nella fase di erogazione come se lo fossero, perché più il credito è di scarsa qualità e più devono fare accantonamenti, con un conseguente aumento dei costi e riduzione della marginalità. Mentre il sistema creditizio cerca di autoriformarsi, molte imprese sono ancora impegnate in procedure concorsuali complesse e dagli esiti incerti che, secondo Dario Arban e Marco Brugola, rispettivamente partner e associate Kpmg, possono rappresentare un freno alla loro ripartenza. Non dormono però sonni tranquilli neanche quelle aziende che hanno terminato il proprio processo di risanamento con successo, perché a loro volta potrebbero vedersi rifiutare a causa di un passato non proprio brillante le richieste di nuovi affidamenti necessari per ricominciare.

Paride Pestelli, capital services del Monte dei Paschi di Siena, conferma che il nuovo tempo delle banche è caratterizzato da una maggiore selettività del credito. Non basta avere l’ultimo bilancio a posto per potervi accedere, molto meglio avere un percorso virtuoso nel corso di più anni. «Da una parte, bisogna ricercare i clienti migliori – dice Pestelli – con strutture capaci di dialogare in mondo efficace con gli istituti di credito. Dall’altra, bisogna accompagnare gli altri verso lo stato di performing del loro credito per liberare gli accantonamenti e quindi patrimonio per fare nuovi impieghi».

Nell’orizzonte della crescita ci sono anche nuovi strumenti come i minibond, fondi di investimento e spac (special purpose acquisition company), cioè veicoli di investimento contenenti esclusivamente cassa (leggi il caso Lu-Ve spa). Non si emettono obbligazioni per ristrutturare il debito, ma per crescere. Si tratta infatti di titoli di debito a medio-lungo termine come confermano le 41 emissioni obbligazionarie italiane, su 96, con scadenza a 5 anni. «Sono più costosi rispetto al credito bancario – spiega Federico Forlani, senior manager kpmg – ma il decreto sviluppo del 2012 prevede sgravi fiscali interessanti e deducibilità immediata dei costi di emissione».

I fondi di credito sono un altro strumento che guarda al medio-lungo periodo e con una flessibilità più spiccata rispetto al sistema bancario. «Possono erogare credito a sette-otto anni – dice Vito Ronchi, manager Tenax Capital – e possono adattare i finanziamenti alle situazioni di ciascuna pmi, mentre le banche seguono processi più rigidi e standardizzati». I fondi che hanno come target le circa 900 aziende italiane con un fatturato compreso trai 30 e i 250 milioni di euro, si articolano in più prodotti che offrono rendimenti vari, soddisfando così diverse propensioni al rischio.

« La liquidità c’è ma non sempre incontra la domanda – conclude Federico Bonanni, partner Kpmg -. Per ripartire ci vuole nuova finanza che sostenga i progetti imprenditoriali di chi ha concluso con successo un percorso di ristrutturazione e di chi lo sta ancora percorrendo. Bisogna però relazionarsi in modo diverso con le banche, presentando i propri progetti da un’angolazione che solleciti l’interesse dei finanziatori, con basi solide di dati e trasparenza. Solo così si riconquista la fiducia».

di michele.mancino@varesenews.it
Pubblicato il 10 luglio 2015
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