Se cambia la fabbrica deve cambiare anche il sindacato

«Basta con il sindacato bla, bla, bla ». In un convegno a Expo, Marco Bentivogli segretario nazionale della Fim Cisl indica la via da seguire nella quarta rivoluzione industriale

Industry 4.0

In questi anni se c’è stato un soggetto accusato da più parti di essere vecchio, retrogrado e affezionato a categorie passate da tempo a miglior vita, questo è stato senz’altro il sindacato. Una generalizzazione affidata alla sola forza del luogo comune, che per sua natura si accontenta della superficialità. In realtà tra i vertici sindacali la consapevolezza della necessità di un cambiamento è più presente di quanto si pensi, come dimostra l’affermazione di Marco Bentivogli, segretario nazionale della Fim Cisl, secondo cui, nell’industria 4.0 e nella cosiddetta fabbrica intelligente non c’è posto per «il sindacato bla-bla-bla», cioè un sindacato buono per ogni stagione e per ogni azienda, demagogico e autoreferenziale.

Il leader dei metalmeccanici della Cisl non ha fatto questa affermazione in un ambiente “protetto”, ma nell’ombelico del mondo, durante un convegno a Expo dal titolo “#sindacatofuturo in Industry 4.0” a cui partecipavano i docenti universitari Franco Mosconi, Luciano Pero e Giorgio Barba Navaretti, l’imprenditore Gianluigi Viscardi, presidente del cluster “la fabbrica intelligente, e il giornalista del “Corriere della Sera” Dario Di Vico.

Quella di Bentivogli non è stata una provocazione, anzi, era evidente l’intenzione di tracciare una via precisa da seguire fin da subito perché la nuova rivoluzione industriale è già iniziata. «Internet delle cose cancellerà la catena di montaggio – ha sottolineato il segretario della Fim -. Gli operai avranno sempre più responsabilità e saranno loro a controllare la fabbrica. È per questo motivo che il sindacato deve cambiare. Nell’industria 4.0 c’è ancora molto spazio sociale, ma l’impatto di questa evoluzione va considerato in anticipo».

In una fase in cui la prima preoccupazione è far sì che le ricadute siano per molti e non per pochi, risulterà strategica la formazione professionale per  sindacalisti e lavoratori, il cui ruolo nel processo produttivo cambierà radicalmente insieme all’organizzazione e ai rapporti tra le diverse categorie di lavoratori.  Secondo Luciano Pero, questa fase si manifesta con una riduzione evidente della distanza collaborativa tra operai, ingegneri e manager. Per esempio, alla Fiat di Pomigliano con 30 suggerimenti l’anno, il contributo dei lavoratori nel migliorare il processo produttivo e favorire la riduzione dei costi è altissimo. Si aprirebbe così uno straordinario ventaglio organizzativo nella nuova fabbrica o, per dirla con la stessa enfasi di Pero, «una grande stagione per l’umanità».
Non sarebbe però una novità, secondo Di Vico, perché «Forme di collaborazione tra artigiani, designer e grandi imprenditori esistevano già nel modello organizzativo italiano, in particolare nel distretto del mobile brianzolo».

La fabbrica 4.0 coinvolge direttamente il lavoratore nel processo innovativo e nella creazione di valore aggiunto che è il risultato della complementarietà tra automazione e lavoro. «L’uomo rimane il punto fondamentale della fabbrica- ha precisato Barba Navaretti – soprattutto se parliamo di un processo produttivo come quello italiano, molto orientato al cliente e con una flessibilità che non può essere affidato alle macchine».

Le 5 diverse tecnologie che caratterizzano il nuovo tempo riguardano più settori, molti dei quali maturi, e non convergono solo in grandi gruppi come Fiat, Luxottica e Ferrero. Ci sono infatti realtà più piccole come per esempio la Dallara spa di Parma o la Cosberg di Viscardi, azienda di meccatronica della provincia di Bergamo che dà lavoro a circa 100 persone e da tempo sventola la bandiera della rivoluzione. «Il vero valore dell’azienda è il capitale umano – ha spiegato l’imprenditore bergamasco – su cui bisogna fare investimenti per mantenerlo aggiornato, ma questo valore non ce l’ho in bilancio e quando va via quello bravo è una perdita».

Nella nuova rivoluzione industriale, la coesistenza tra più dimensioni di impresa non è un problema, semmai quello che conta è arrivare a una certa proporzione tra le varie classi dimensionali. «I cluster territoriali sono stati la straordinaria via con cui il capitalismo italiano ha superato questo problema – ha concluso Franco Mosconi -. L’Italia può ancora vincere la partita tecnologica in Europa perché non parte da zero».

di michele.mancino@varesenews.it
Pubblicato il 15 luglio 2015
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