Il sindacalista viene reintegrato dal giudice, “Sea lo riassume ma non lo fa entrare in aeroporto”

Salvatore Ferla era stato licenziato nell'inverno scorso. Il giudice ha ritenuto provato l'episodio in sala mensa, ma eccessivo il licenziamento: Sea l'ha riassunto ma non lo fa rientrare al lavoro, in attesa del ricorso di "secondo grado"

salvatore ferla paola macchi

Licenziato dall’azienda e poi reintegrato dal giudice, non ha potuto ancora rientare al lavoro a Malpensa, pur regolarmente retribuito da Sea. È la nuova tappa del caso di Salvatore Ferla, il sindacalista di AdL (Associazione Dei Lavoratori) lasciato a casa da Sea per uno scontro verbale con dirigenti e lavoratrici della mensa aziendale.

Nel luglio scorso il giudice del lavoro di Milano ha disposto il reintegro di Ferla, accertando sì il fatto contestato, ma giudicando sproporzionata la sanzione inflitta al lavoratore aeroportuale. L’episodio avvenuto in sala mensa viene giudicato credibile dal giudice, che ha stabilito che Ferla “abbia effettivamente paragonato le dipendenti della Società Serist a ‘puttane’ incapaci di alzare la testa nei confronti dei loro protettori”. Ma pur rilevando anche “intemperanze verbali” in altri casi, il giudice del lavoro ha ricordato che secondo il contratto di lavoro la sanzione prevista – trattandosi di sole parole, che non nascondevano reati più gravi – non prevede il licenziamento.

Dunque: Ferla viene reintegrato al suo posto di lavoro. «Nonostante Ferla abbia fornito disponibilità immediata, oggi Sea non ha però ottemperato a quando stabilito dal giudice del lavoro» accusa AdL, per bocca di Carmelo Fotia. «Ha dichiarato infatti di sospenderlo con retribuzionem, in attesa della sentenza di secondo livello o – per meglio dire – del ricorso presentato contro la sentenza. Pur ammettendo che il lavoratore ha espresso quelle parole, giudice dice che non doveva esserci licenziamento». L’avvocato che ha seguito la vicenda, Antonio Misurelli, lamenta l’impossibilità di far rispettare il rientro in azienda anche in presenza appunto del ricorso presentato da Sea e in attesa della sentenza “di secondo grado”.

AdL si rivolge anche al Comune di Milano, azionista pubblica di maggioranza di Sea. «Contestiamo che Sea usi soldi pubblici per avere soddisfazioni personali per qualche dirigente. Non abbiamo purtroppo ancora nessun riscontro da Comune di Milano, nè dalla maggioranza nè dall’opposizione. Chiediamo al Comune di Milano di convocarci e metterci a confronto con dirigenza Sea: la proprietà non può limitarsi a solo incassare dividendi, ma ha anche una responsabilità etica» aggiunge ancora Fotia.

Sea sostiene che la misura adottata nei confronti di Ferla è legittima, in attesa del ricorso che deciderà sulla vicenda e dirà una parola definitiva. Il sindacato no e anzi contesta anche che  «il ricorso che Sea sta preparando e la causa persa in primo grado sono un inutile costo per la collettività». Posizione sposata su tutta la linea dalla consigliera regionale del Movimento 5 Stelle Paola Macchi, che parla anche di ipotesi di «danno erariale». Il Movimento 5 Stelle ha seguito molto la vicenda, presentando anche due diverse interrogazioni in Parlamento sul caso, la prima in primavera, l’ultima a inizio agosto proprio sul mancato reintegro: «Come rappresentante M5S  dico che è inammissibile spendere soldi pubblici per lasciare a casa una persona, umiliando Salvatore e costringendo colleghi a fare straordinari: non ha nessun senso» ha detto Paola Macchi. «Io questo lo chiamo mobbing».

Quanto all’episodio al centro della vicenda, ADL non contesta la ricostruzione fatta dal giudice, ma nota che «nessuna querela di parte né delle lavoratrici Serist ne dal datore di lavoro», dice Fotia (Ferla scrisse a inizio vicenda anche una lettera aperta alle addette della mensa coinvolte). «Su quei fatti non c’è neppure la firma di una donna, ma solo di dipendenti che si trovavano in affanno di fronte alle denunce fatte da Ferla sulla qualità del servizio. Noi confermiamo la tesi che mai Ferla ha voluto offendere le lavoratrici della Sea e che tutto è stato architettato in modo scientifico per far scattare il licenziamento». Secondo Francesco Mainardi «è stata la denuncia sugli stipendi a pungere nel vivo la dirigenza» e a far scattare una «offensiva» contro Ferla e AdL.

Ovviamente la tesi è opposta a quella di Sea, che ha sempre sostenuto e sosterrà con il “secondo grado” che l’attività sindacale di Ferla non è in discussione (l’azienda dice che anche il giudice conclude che “a Sea non è imputabile alcuna attività antisindacale”) e che il provvedimento drastico verso Ferla è stato preso per colpire “con la massima severità” un comportamento ritenuto inaccettabile, “a tutela in primis di tutte le persone di Sea”.

In attesa del pronunciamento del giudice sul ricorso presentato da Sea (fissato a ottobre), ADL ha anche lanciato «una petizione  su change.org di raccolta firme per chiedere il reintegro di Ferla». Il sindacato di base non esclude altre mosse  da attuare sulla vicenda.

di roberto.morandi@varesenews.it
Pubblicato il 15 settembre 2015
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