Fratelli Alberti, l’azienda che aiuta a farvi le scarpe (e le borse, e i divani…)

Nell'ambito del Pmi Day voluto da Univa, gli studenti della Don Rimoldi di San Fermo hanno visitato la Fratelli Alberti di Varese

Pmi Day 2015 fratelli alberti

C’è un’azienda a Varese, praticamente sul confine con Gazzada Schianno, che ogni giorno aiuta a farvi le scarpe. Ma non solo: il suo contributo è fondamentale anche per farvi i divani, le cinture, le borse e perché no, pure i sedili della vostra automobile. Insomma, dove viene utilizzata la pelle è possibile che ci sia anche l’intervento di un macchinario della Fratelli Alberti, impresa che ha settant’anni di vita e che da allora fabbrica e distribuisce strumenti per tagliare e lavorare i pellami.

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Pmi Day Fratelli Alberti 2015 4 di 22

È in questi capannoni di via Selene che si è svolta la visita dei ragazzi di terza media della scuola Don Rimoldi di San Fermo in occasione del Pmi Day 2015, l’iniziativa voluta da Univa per portare i ragazzi a contatto con una serie di aziende del territorio che spesso – ed è il caso della Fratelli Alberti – sono poco note al grande pubblico ma hanno alle spalle una storia interessante e davanti a sé un futuro intrigante.

A guidare la visita è intervenuto Luigi Alberti, uno dei figli di Sandro, il fondatore arrivato a Varese dal Veneto per lavorare alla Macchi, e da lì passato a fare il meccanico di biciclette prima che gli venisse commissionata una macchina per tagliare il pellame. Tempi di guerra appena finita (ma i primi lavori sono del ’43), di Calzaturificio di Varese e poi di boom economico. Sandro c’è, ha cinque figli e oggi sono proprio loro (intanto stanno arrivando anche i nipoti) a portare un’eccellenza varesina in giro per il mondo.

Non è un caso se gli occhi dei ragazzi di terza media si illuminano quando sentono nominare quella Nike di cui in tanti hanno ai piedi un prodotto. Il gigante americano non è ancora un cliente fisso della FAV ma proprio in queste settimane ha ordinato qualche macchina da impiantare in oriente. «Ma noi lavoriamo tanto anche con i marchi del lusso italiano: da Prada a Gucci, da Ferragamo a NeroGiardini. E poi ci sono stranieri come Louis Vuitton o Christian Dior, tanto per fare qualche esempio: le nostre scarnitrici sono fondamentali nella loro produzione».

Tipi di macchine che in Italia non fa più nessuno: i concorrenti degli Alberti sono tedeschi e soprattutto cinesi e brasiliani, questi ultimi per il proprio mercato interno. «Ma noi – spiega Luigi Alberti – puntiamo molto anche sulla ricambistica che vale quasi la metà del fatturato: tante volte la forniamo anche a chi ha macchine di altri produttori». E infatti, prima di vedere all’opera i prodotti finiti – con le scarnitrici ci sono anche le spaccapelli, le accoppiatrici, le allacciatomaie… – i ragazzi della “Don Rimoldi” vengono accompagnati nell’officina dove vengono realizzati o rifiniti gran parte dei pezzi montati sui macchinari della FAV.

Tra una rettifica, un tornio, una macchina a controllo numerico, gli studenti incontrano e ascoltano qualcuno dei 27 dipendenti della Fratelli Alberti. Con la tuta blu della FAV, da una decina di giorni, c’è anche Nayim: uno stagista nato in Italia da genitori marocchini che prima di frequentare l’Enaip ha fatto le medie proprio alla “Rimoldi”. È l’esempio perfetto per i giovanissimi visitatori, e forse il suo impegno e le sue parole («L’Enaip è stata una scuola ottima per me: il contatto con il mondo del lavoro è stretto, i professori hanno un rapporto continuo con gli studenti e li sanno indirizzare») hanno dato l’assist a qualche ragazzo intenzionato a un istituto professionale o tecnico.

Ma nelle aziende come la Alberti, possibilità di lavoro ce ne sono per tanti tipi di figure: «L’importante è impegnarsi, credere in quello che si fa. E ricordarsi che il lavoro non è solo “prendere soldi”, è anche cultura: ogni mestiere ha una straordinaria dignità». Lo dice ancora Luigi Alberti, ma è la lezione di papà Sandro: quello che ha deciso di aiutare a farvi le scarpe. O il divano, o la cintura, in Italia come in Cina o in Messico.

Damiano Franzetti
damiano.franzetti@varesenews.it

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Pubblicato il 19 Novembre 2015
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