Salviamoci col “tempo perso”, ricchezza nascosta dei piccoli paesi

La proposta di Alberto Palazzi, direttore di Menta e Rosmarino: Dobbiamo progettare un “paese” che si faccia apprezzare anche per quello che sa restituire all’anima

orino michele mozzati

Pubblichiamo l’intervento del direttore della rivista culturale Menta e Rosmarino, Alberto Palazzi, che da anni racconta le realtà locali di numerosi piccoli centri della Valcuvia.
Il “paese” è stata una cosa molto importante nella storia della nostra gente e ha permesso di superare momenti storici particolarmente difficili.

Poi, lentamente, anche inavvertitamente, le necessità sono mutate e il “paese”, quello straordinario capolavoro di rapporti socio-economici che molti di noi hanno conosciuto, ha perso la sua ragion d’essere.

Oggi le condizioni socio-economiche sono radicalmente mutate ed è ora di pensare a nuove forme di organizzazione sociale ed economica il più possibile funzionali alle esigenze del nostro tempo.

Persistendo le condizioni attuali, piccoli paesini come Caldana, Orino, Azzio, Comacchio (e tanti altri) rischiano di svuotarsi; se non saremo in grado di offrire qualcosa di diverso, di particolare e di interessante la gente se ne andrà a vivere dove strutture e servizi sono migliori e il lavoro più probabile. E’ fatale.
Se ne andrà a riempire ancora di più le già “esplosive” periferie.

Dobbiamo pensare a qualcosa di alternativo. A tal proposito credo si renda necessaria una piccola rivoluzione culturale: dobbiamo cioè cominciare a disconoscere quella sottocultura che ci hanno inculcato, che pone il denaro (i danèe) sopra ogni cosa, e pensare ad un modello che si fondi non soltanto sui bisogni dell’economia, ma anche su quelli dell’uomo.

Il benessere non deve essere pensato unicamente in termini di denaro (di PIL!!); il denaro gioca un ruolo fondamentale, ma il benessere dipende anche dalla forza delle nostre relazioni, dalla qualità dell’ambiente in cui viviamo, dalla nostra preparazione culturale e da tante altre cose.

Dobbiamo progettare un “paese” che si faccia apprezzare anche per quello che sa restituire all’anima; un paese che, pur conservando un dignitoso livello di servizi, possa offrire qualcosa di alternativo, recuperando in primo luogo lo spirito comunitario e il rapporto con i luoghi e la natura.

In tema di relazioni – è solo un esempio – siamo passati in questi ultimi anni da un ambiente socializzante e comunitario, quale il paese è sempre stato, ad una comunità improntata sull’individualismo e sull’isolamento.

La socialità di un tempo prevedeva incontri naturali per le strade, nella piazza, nei negozi, nelle osterie; ora è implosa per favorirne una quasi clandestina, da carbonari dove il punto d’incontro è diventato facebook o il bar del supermercato.

Le conseguenze sono inevitabilmente dolorose: oggi ci ritroviamo afflitti da quelle che qualcuno ha chiamato “passioni tristi”: consumismo, gioco d’azzardo, televisione … , “passioni” che si portano appresso un vuoto di umanità purtroppo destinato a crescere nel tempo.

In un paese del futuro, che sarà sempre più ricco di differenze (dovremo tra l’altro imparare a coabitare con culture, modi di vita e fedi diverse), lo spazio dell’incontro deve per me rappresentare il cuore sociale e culturale.

Credo sia opportuno cominciare a riprogettare partendo da aspetti come questo, aspetti che, senza volere, abbiamo sottovalutato. Dobbiamo però recuperare anche tanti altri aspetti: il rapporto con la natura, i valori paesaggistici, le prospettive culturali, una certa filosofia di vita ….

Credo molto nell’importanza degli investimenti culturali, specie quelli legati al territorio: nel paese della modernità la cultura deve giocare un ruolo più rilevante anche perché la persona colta sa cogliere meglio l’eco del bello e il sapore della propria storia.

Va comunque preso atto che il nostro modo di essere è già molto cambiato rispetto al passato, non siamo più “provinciali”, ma paesani connessi con il mondo. Capaci anche di girarlo questo mondo fino a ieri sconosciuto.

Tra un bicchiere di vino e una fetta di salame, ora, che siamo cresciuti culturalmente, oltre ad aver imparato ad amare i viaggi, abbiamo cominciato ad apprezzare Pasolini o Sereni o altri.

E’ andato invece deteriorandosi il rapporto con la campagna. Va recuperato. Oggi, per esempio, si sente dire che coltivare l’orto, “non conviene più”, riducendo la questione ad un aspetto meramente economico senza rendersi conto che il rapporto con la terra e con la natura in generale offre soddisfazioni che vanno ben oltre. Poi, un paese senza un uovo fresco, che paese è?

Altro valore cui dedicare nuove attenzioni è rappresentato dal paesaggio. L’abbiamo violentato, l’abbiamo abbruttito, dobbiamo andare lentamente a correggere i nostri sbagli perché la bellezza avvicina e richiama la serenità e la gioia di vivere.

Nei nostri luoghi la potenzialità in tal senso è rappresentata soprattutto dalla vocazione verde, che deve essere ancora rafforzata, valorizzandola al meglio.
Mi piacerebbe poi che entrassero a far parte dei nostri comportamenti la “lentezza” e il “tempo perduto”. Abbiamo bisogno di fermare un po’ il tempo, di dilatare il pensiero e le nostre emozioni; riordinare le idee, anche rivivere ciò che abbiamo già vissuto.

I nostri nonni consideravano spazi del “tempo perduto” quelli del raccontare, del ricordare, del giocare coi piccoli, della trasmissione della memoria ai nipoti.

Credo che tutto ciò vada recuperato; il “tempo perduto”non è perduto, è il tempo della vita vera, come quello dedicato all’amore o alla poesia.

Sono convinto che una vita impostata in modo diverso, forte di scelte culturali diverse, può riaprire tanti nuovi orizzonti… Dobbiamo riuscire ad intrecciare ecologia e poesia, bellezza e cultura, e il paese può diventare il laboratorio di un nuovo umanesimo.

Quanto a opportunità di lavoro o bontà di servizi non potremo mai competere con una Paderno Dugnano o una Novate Milanese – tanto per fare due nomi di ricche periferie – e quindi sarà buona cosa perseguire prerogative diverse, il più possibile confacenti al nostro territorio e alla nostra cultura.

Il tutto con la finalità di rendere i nostri paesi “quartierispeciali”, un rifugio per chi desidera staccarsi dalla solitudine consumistica del villaggio globale e intraprendere una vita impostata su valori differenti.

La storia delle civiltà è la storia di una continua reinvenzione di idee, stili di vita, strutture sociali e vivere il senso della storia come continuo superamento è anche l’unica maniera positiva di interpretarla.

Non dobbiamo aver paura del nuovo: il futuro è l’unico tempo verso cui possiamo andare.

“Il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei loro sogni”, recita romanticamente Eleanor Roosevelt.
Alberto Palazzi

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 19 Agosto 2016
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