Nel villaggio di Abor dove “ognuno galoppa verso il proprio destino”

Dopo dieci giorni ad Abor, Martin Stigol e Noemi Bassani raccontano la speciale avventura che stanno vivendo, in una terra ricca di bellezza, umanità e serenità

La Zattera in Ghana con i teatri del Mondo

Nel villaggio di Abor, alla Casa del padre è arrivata la novità della settimana: un nuovo taglia erbe, comprato nella grande metropoli di Accra, dove ogni strada diventa un mercato all’aperto in cui puoi trovare qualunque cosa ti serva.

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Con la compagnia “I teatri del mondo” stiamo allestendo il nuovo spettacolo con i bambini del villaggio e non riusciamo a trovare il tempo per riposare: tra un villaggio e l’altro, uno spettacolo e una birra, più il workshop finale con 50 bambini, a fine giornata ci ritroviamo stanchi e col solo desiderio di andare a dormire.

Quelli trascorsi sono stati 10 giorni vissuti intensamente, fra una siesta africana e un cielo stellato spettacolare in compagnia del direttore spirituale, padre Jo, nella veste di Rabbiosi Giovanni, comboniano dalla prima ora di questa comunità che comprende altri sessanta centri.

Con i suoi occhi azzurri e la sua barba bianca cammina con passo sereno e quando gli squilla il cellulare risponde velocemente senza dimenticare un sorriso per i bambini.

Nato a Sondrio, circa sessant’otto anni fa, è stato fin da subito impegnato nella comunità, tanto che il suo cognome Rabbiosi, rappresenta un scudo contro ogni ostacolo che osi togliere i sorrisi ai bambini.

Guida in modo sportivo il sua Pick up bianco che lo porta nei villaggi della savana a dire messa, a costruire scuole, a immaginare chiese nuove, saloni polivalenti, pozzi d’acqua; perché in Ghana, non ci sono comuni come in Italia. Ci sono soltanto distretti e villaggi e chi vuol migliorare qualcosa si deve mettere in proprio e fare di tutto per farsi aiutare.

Ogni sera Padre Jo, dopo la messa, si siede al tavolo con noi saltimbanchi e recita una preghiera prima e dopo aver mangiato, regalandoci commenti di vario genere e con humor, a volte quasi cinico, commenta le sue scelte come se fosse naturale per tutti quanti sacrificarsi per gli altri e per far in modo che questo mondo sia diverso.

Fra i suoi assistenti c’è Maooco, che ci sta seguendo nella parte logistica, laureata in psicologia, e che con i suoi trentasette anni, ha una idea chiara di questa realtà capace di dare risposta a ogni domanda che viene spontaneo porsi e, con un sorriso e tutta la calma Africana, trova sempre il modo di risolvere ogni questione.

Poi c’è il professore d’inglese Joseph, che sembra uscito da un film americano; nato a Keta, villaggio di pescatori vicino ad Abor, è sempre pronto ad accogliere i bambini, senza usare la bacchetta di legno. Poi c’è Frank che in un’ora trova l’impossibile, la cuoca Elisabeth che ci prepara degli squisiti banchetti di banana fritta, papaya, fagioli, pesce, carne, senza dimenticare l’ananas più dolce che io abbia mai mangiato.

Un fedelissimo di Padre Jo è l’amministratore, Wiston, che in camicia e cravatta attraversa la campagna intorno ad Abor, come se fosse normale saltare un ponte di legno vestito come per andare in ufficio. Padre Jo può contare anche su tantissimi altri collaboratori della fondazione della Casa del Padre, sparsi per il mondo, e che gli mandano tutto il necessario per andare avanti.

Quando lo vedo celebrare la messa, mi viene voglia, a volte, di diventare il suo chierichetto, per catturare la dolcezza del suo sguardo o la profondità che ti fa respirare il mondo; sì perché lui, in qualche modo, è un mondo che ti tocca dentro, perché sa dire con una verità semplice il dolore dell’animo umano. E forse, è questa la chiave di lettura di questo mondo che gira intorno a noi, accettare che ci sono realtà che andranno avanti perché hanno punti di vista diversi.

Quello che colpisce di questa piccola città dove i bambini governano con le loro energie, è che non ci sono urli, e non ci sono pianti e nessuno si picchia con nessuno; è ovvio che qualche schiaffo vola, fra di loro, ma ognuno galoppa verso il proprio destino, e vi assicuro, che non sto vendendo nulla di straordinario; vi racconto soltanto quello che riesco a vedere con gli occhi, e vi posso assicurare che Padre Jo merita maggiore attenzione.

Sarà per questo che Padre Jo (Rabbiosi soltanto di cognome) non s’arrabbia se una sera un bambino del villaggio con il braccio fratturato non riesce a fare la lastra all’ospedale. Lui sa che il segreto di un bravo condottiero consiste nel saper aspettare pazientemente il proprio turno senza alzare la voce, perché “quando Dio vuole prevede e quando non può prevedo io”.

Lui, per la prima volta nella mia vita, mi lascia intravedere che al di là dell’uomo e dell’umanità esiste una giustizia terrena e allo stesso tempo divina che supera di gran lunga qualsiasi pensiero perché bisogna “fare bene, e soltanto bene”, “parlare meno e scrivere la metà” di quello che abbiamo nelle nostre teste. 

Manca ancora una settimana per concludere, tre o quattro spettacoli e il finale del workshop, ma sono certo che mi mancherà ogni angolo di prato di questo villaggio ad Abor nella campagna del Ghana.

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Pubblicato il 26 settembre 2016
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