“Quell’allarme su whatsapp ci ha ferito”

Quando i social diventano una gogna mediatica a causa del panico. Il punto di vista dei familiari coinvolti in una triste vicenda

reparto di ortopedia

L’uomo “pericoloso” sbattuto da tutti noi su whatsapp. Si potrebbe chiamare così, il caso dell’uomo scappato dal Tso a Cittiglio che ha generato una catena di messaggi impressionante tra i cittadini fino a dipingerlo come “pericoloso armato di coltello e accetta”.

I DATI SENSIBILI 

I fatti rilevanti sono due: il panico da social, ma anche la diffusione di un documento anagrafico con la foto dell’uomo, il nome, la targa dell’auto, dati sensibili che dovrebbero essere noti solo alla polizia giudiziaria, o ai sanitari,  e che invece sono stati veicolati, su facebook e su whatsapp, nei cellulari di mezza Provincia di Varese senza filtri. Da chi è partita la catena e come mai si è arrivati a questo punto?

LA VOCE DELLE VITTIME

Difficile stabilirlo, ma la famiglia ci ha chiesto di sottolineare il punto di vista delle vittime in questa storia. L’uomo da qualche mese ha diversi problemi e ha reso difficile la vita a se stesso e ai parenti. Senza scendere nei particolari, la famiglia ha avuto bisogno delle istituzioni in questi giorni, incontrando molte difficoltà. Ha seguito la procedura per il Tso che però ha avuto delle complicazioni e non certo per causa loro.

Ma quello che conta è che – in questo scenario in continua evoluzione – la notizia dell’uomo armato e pericoloso è stata diffusa sui social senza alcuna fonte, e non tutte le notizie presentate su internet riscontravano esattamente la realtà dei fatti. E’ come se l’avesse deciso whatsapp – e non un giudice – che quello era il “pericolo” e da questa realtà incontrollata, loro, ne sono usciti con le ossa rotte. Quello che stanno cercando di capire, ora, è come sia nato tutto questo, e come si sia potuti arrivare a leggere notizie non corrette e vedere foto e messaggi protetti dalla privacy, tutti aspetti negativi legati ad una vicenda già triste. Cercheranno inoltre di capire, dicono, «cosa non abbia funzionato nel passaggio di informazioni tra ospedale e forze dell’ordine».

Ma fortunatamente c’è anche un lato positivo in questa vicenda: i tanti amici e parenti che in questi giorni, sapendo quanto stava accadendo, hanno aiutato la famiglia a Malnate. Persone vere, in carne e ossa, che si sono prodigate per dare una mano.

di roberto.rotondo@varesenews.it
Pubblicato il 24 novembre 2016
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