“Amato ma quasi scomparso”: The Economist va alla scoperta del dialetto milanese

Il prestigioso settimanale britannico dedica un lungo articolo alle vicende della parlata meneghina, citando Enzo Jannacci e Nanni Svampa

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C’è la foto di Enzo Jannacci, ci sono diversi riferimenti a Nanni Svampa. C’è addirittura una strofa di “El ridicol matrimoni”, canzone che elenca le libagioni tradizionali lombarde servite in occasione, appunto di uno sposalizio.

Il tutto, però, scritto in perfetto inglese e sotto una testata che generalmente parla di tutt’altro. “The Economist”, uno dei più autorevoli giornali di economia e finanza, dedica a sorpresa un articolo al dialetto milanese «amato, ma in via d’estinzione». Un pezzo ospitato dal blog “Prospero”, scritto dai corrispondenti del settimanale britannico e dedicato ad approfondimenti letterari e culturali dal resto del mondo.

L’analisi è lineare, chiara, ma tutt’altro che arida. L’Economist ricorda i ruggenti Sessanta e Settanta, quando artisti come i già citati Svampa e Jannacci erano sulla cresta dell’onda anche con brani dialettali e quando un gruppo come “I Gufi” (con Svampa c’erano Brivio, Patruno e Magni) avevano una popolarità tale da cantare in televisione (nazionale, s’intende: l’unica esistente). Brani che cantavano l’evoluzione di Milano, città industriale con una sua criminalità – la Mala – dai risvolti romantici, almeno nelle canzoni.

Ma, spiega l’articolo, proprio l’anima di Milano – città aperta all’arrivo di una moltitudine di persone dal resto d’Italia, in particolare dal Sud – è stata causa della quasi sparizione della parlata dialettale. Un linguaggio, osserva ancora il settimanale, in cui si fondono contributi provenienti dalle nazioni vicine e in particolare dalla Francia (coeur oppure oeuf, per esempio), tanto da far dire all’Economist che «fanno sembrare il milanese più simile al parigino che all’italiano. Tanto da essere difficilmente comprensibile a un romano o a un napoletano».

In questo senso, la citazione del Ridicol matrimoni tende a sottolineare come ci siano intere strofe in cui ogni singola parola, preposizioni e articoli compresi, sia differente dalla traduzione in italiano.

L’Economist ha chiesto anche un parere a un insegnante di dialetto milanese, Edoardo Bossi, secondo il quale ormai solo il 2% degli abitanti del capoluogo lombardo è in grado di parlare dialetto in maniera fluente. Dialetto che, sempre secondo Bossi, è visto dalle nuove generazioni come un modo rozzo di esprimersi. Ciononostante, conclude il settimanale, il dialetto resta in sottofondo alla vita cittadina e continua ad avere un’influenza significativa, a partire dall’inno milanese (non ufficiale) per eccellenza, O mia bela Madunina. E forse anche per questo, le esibizioni dei Legnanesi o di alcuni artisti più moderni (viene citato Ul Mik Longobardeath) rimangono amate e frequentate.

LEGGI l’articolo su “Prospero”, blog di “The Economist” (in inglese)

di damiano.franzetti@varesenews.it
Pubblicato il 13 dicembre 2016
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