L’auto-gioiellino è ad alto tasso di 3D. Ma nel Made in Italy c’è un po’ di Cina

Il viaggio di FaberNews43 fa tappa alla Bbr di Saronno, 15 dipendenti e una produzione che fa il giro del mondo anche grazie alla prototipazione digitale. Tutto facile? «No, parte della produzione oggi avviene a Guandong. Scelta vincente e guai a sottovalutarli: la tecnologia è avanzatissima e lo Stato la sostiene»

Stampa 3D, studio dei materiali, e-commerce: è chiaro cosa ci fa una piccola impresa di 15 dipendenti con l’innovazione quando si dà un’occhiata ai numeri. Il fatturato della Bbr Car Models di Saronno, quest’anno, è aumentato di circa il 30% (ma anche nei momenti peggiori della crisi non ha accusato cedimenti), l’investimento di 80mila euro nel web è stato ripagato in pieno dopo un solo anno, la produzione dei modellini delle macchine (scala 1:43, 1:12 e 1:18) è salito alle stelle. Anni fa per realizzarne uno solo ci voleva un mese e mezzo, oggi con la prototipazione rapida se ne ha uno alla settimana. Così alla Bbr, dove si ritorna a essere bambini, sono passati dai tre modellini al mese nel 2000 ai trenta di oggi. In un anno ne escono circa tremila e vanno in tutto il mondo e in tutte le fiere più importanti dell’automotive.

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NIENTE GUERRA: L’ALLEANZA VALE 150 EURO

Al Salone dell’auto di Ginevra, quest’anno, i modellini della Bbr erano presenti in tre stand diversi: quello della Maserati con la Levante, quello della Pagani con la Huayra Bc e quello dell’Alfa Romeo con l’Alfa Giulia. Ma l’azienda rifornisce anche le boutique del modellismo per collezionisti in tutta Italia e una sua esposizione la trovate alla Rinascente di Milano. Il segreto di questa impresa – fondata nel 1984 in un garage: la storia della piccola imprenditoria italiana – non sta solo nella stampa 3D e nelle idee ma anche nel guardare il mondo con occhi diversi. Quando alcuni colleghi di Fernando Reali e Alberto Balestrini, i due soci, “attaccavano” la competitività sleale della Cina, alla Bbr hanno stretto patti con gli imprenditori cinesi e nel 2005 hanno aperto anche un’azienda nel Guandong.

Così, quasi per scherzo, «però fortuna nostra che ci siamo andati», sostiene Reali. Senza delocalizzare: «Qui in Italia produciamo modellini targati Made in Italy con tutta la cura e la qualità che ci hanno fatto conoscere nel mondo – continua l’imprenditore – mentre in Cina sono Made in China, ne curiamo tutti gli aspetti ma qualche differenza c’è. A partire dal prezzo: tra una macchinina prodotta qui e una fatta in Cina ballano 150 euro».

IL PIANO INDUSTRIA 4.0 VA NELLA DIREZIONE SBAGLIATA

A spiegarci il perché è ancora Reali: «In Italia realizziamo tutti i più piccoli particolari in metallo, in pelle, in fibra di carbonio e sono mobili; in Cina domina la plastica. Ma non pensate non ci sia innovazione. Anzi, la tecnologia là è avanzatissima, le Università la sviluppano grazie agli studenti, lo Stato sovvenziona le ricerche. Le imprese, infine, si affidano a questa rete, comunicano le loro esigenze e si portano a casa il prototipo come lo volevano loro».

Unica azienda italiana nel settore, con pochi competitor nell’Impero Celeste, in Vietnam e in Bangladesh, la Bbr ha “scoperto” la stampa 3D nove anni fa: «La fedeltà nella riproduzione dei modelli reali è impeccabile, ma quello che conta è la realizzazione del prototipo e la messa in produzione del pezzo: con un ingegnere, un modellista e un piccolo esercito di collaboratori fidati addetti all’assemblaggio della minuteria dei modellini», l’impresa è leader nel suo settore.

E sa perché il Piano Industria 4.0 del governo non è a misura di Pmi: «Per la prototipazione rapida ci appoggiamo ad un service esterno che è in grado di sostenere un costo di 200mila euro per una stampante e, soprattutto, di seguire la rapida evoluzione della tecnologia e di sostituire le macchine obsolete con i nuovi ritrovi del mercato. Costi che una piccola impresa non potrebbe mai sostenere. Anche in Italia lo Stato dovrebbe finanziare le Università, non le imprese. Perché quello che serve a noi è poter sfruttare le potenzialità della tecnologia più avanzata, grazie anche ai futuri ingegneri che la studiano e la usano».

MODELLI STORICI SENZA COMPETITOR

Alla Bbr si lavora sotto licenza delle case madri dell’automobilismo mondiale: «Possiamo dire che loro sono il nostro terzo socio: dalle case riceviamo i disegni originali, inviamo il file per la prototipazione al service, ricevuto il prototipo ci lavoriamo sopra e poi passiamo alla produzione. Qui facciamo tutto: modelliamo la resina, verniciamo le macchine ad una ad una, realizziamo fanali, paraurti, volanti, cambi, cerchi in pressofusione». «Rinnoviamo anche il packaging, perché tutto conta in questi modellini che, una volta in vendita, anticipano anche di sette mesi il lancio dell’auto sul mercato. Ma a vincere, rispetto alla Cina, è la nostra competenza nei modelli storici: facciamo ricerche, confrontiamo le fonti e poi siamo pronti. A volte capita che il collezionista, quello che in garage ha la macchina originale, ci telefoni per complimentarsi o per dirci che quel particolare non è proprio così».

Ma la Bbr quanta libertà di manovra ha di fronte alle rigide regole delle case madri? «Ne abbiamo, basti pensare che i modelli della Formula 1 li montiamo con 200 vitine e l’alettone che si muove: altrove questo non succede. Poi siamo presenti in tutti gli store on line delle case madri, e questo ci garantisce un volano commerciale non da poco».

Ovviamente, tutto questo grazie a quella stampa 3D che ha permesso alla Bbr di investire sulla qualità, sulla cura del dettaglio, sulla valorizzazione della sua artigianalità e su quel valore aggiunto tipico del Made in Italy: la passione.

FABERNEWS43

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 23 dicembre 2016
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