Trasformavano carta straccia in milioni di euro, scoperta maxi-frode

I finanzieri e la Procura di Varese hanno sgominato un'associazione a delinquere che avrebbe frodato il fisco per oltre 300 milioni attraverso fatture false e cessioni di crediti Iva inesistenti

Trasformavano carta straccia in milioni di euro attraverso false fatturazioni che diventavano crediti d’imposta da incassare e che rivendevano ad un terzo del loro valore ad altre imprese che li usavano per compensare i debiti verso l’erario. Quella messa in piedi da Rosario e Salvatore Abilone, figlio e padre, ha tutti i connotati di una delle più grosse frodi fiscali scoperte dalla Guardia di Finanza di Varese. Insieme a loro sono finiti in carcere e ai domiciliari Massimiliano Martinoia, Vincenzo Merlo, Massimiliano Merlo, Giovanni Abilone, Alfio Verzi, Tamara Piccinelli, Rita Brianese, Stefano Normanni, Corrado Campanelli, Alessandro Pedersoli, Alfredo Di Renzo, Maurizio Colelli, Germano Perego, Moustapha Amed (latitante).

Senza muovere una gru o un mattone e senza assumere nemmeno un operaio hanno fatturato (tra il 2014 e il 2015) tramite la Leonardo Da Vinci, azienda con sede a Varese, qualcosa come 634 milioni di euro di attrezzature da due imprese fasulle (la Italiana Costruzioni e la Red Rose con sedi a Cuvio e Cuveglio) che poi rivendevano a due aziende tunisine, la Giemme Group Sarl e la Cos Casa Sarl. guardia di finanza comandante provinciale francesco vitale daniela borgonovo

I finanzieri del Nucleo Tributario di Varese, coordinati dal sostituto procuratore Luca Petrucci, hanno scoperto che queste cinque aziende non avevano un magazzino e nemmeno una sede. A rappresentare queste fabbriche di fatture false c’erano solo un indirizzo e un prestanome. Tutto questo per creare crediti Iva da 134 milioni che rivendevano ad imprese terze a cifre che oscillavano tra il 20 e il 30% del loro valore reale. Le imprese che acquistavano questi crediti li avrebbero utilizzati per compensare debiti nei confronti dell’Agenzia delle Entrate al loro valore reale.

Se l’Agenzia delle Entrate e i finanzieri non si fossero accorti di quanto stava accadendo, gli Abilone e tutta la banda (composta da 18 membri tra prestanome, commercialisti compiacenti, semplici collaboratori tuttofare) si sarebbero intascati all’incirca 35 milioni di euro.

Il giochino è finito prima e dalle prime ore di oggi (giovedì), oltre 100 finanzieri del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Varese, hanno dato esecuzione a 12 ordinanze di Custodia Cautelare, emesse dal G.I.P. del Tribunale di Varese (di cui 6 in carcere e 6 con obbligo di dimora), nonché a decreti di sequestro di beni immobili, quote societarie, autovetture e disponibilità finanziarie, per un valore pari ad oltre 100 milioni di euro. Perquisizioni sono, altresì, in corso nelle regioni Lombardia, Lazio, Emilia Romagna ed Abruzzo.

Attraverso l’emissione di oltre 1,2 miliardi di euro di fatture false ed un’evasione IVA di oltre 334 milioni di euro (per le annualità 2014 e 2015), aveva costituito un vero e proprio “mercato” parallelo di crediti IVA inesistenti, allo scopo di commercializzare “pacchetti di risparmio d’imposta”, a prezzi notevolmente inferiori al loro valore nominale, a favore di aziende interessate ad abbattere il proprio carico fiscale.

A capo del sodalizio criminale vi era Rosario Abilone, originario di Castelvetrano (TP), ma da anni residente nella provincia di Varese, amministratore di fatto della Leonardo Da Vinci Spa di Varese, società operante nel settore della consulenza
amministrativa e delle costruzioni.

Abilone, con la complicità del padre Salvatore, si è avvalso di un’articolata rete di soggetti, composta da 6 prestanome e 6 professionisti esperti del settore fiscale, i quali avvaloravano le fittizie operazioni riportate in contabilità, mediante false
perizie di stima e visti di conformità.

Il meccanismo fraudolento, caratterizzato da una grave e pericolosa diffusione sul territorio, prevedeva il seguente schema:
le due “società cartiere”, Italiana Cantieri e Red Rose vendevano fittiziamente beni  per importi milionari (con conseguenti fatture) alla Leonardo Da Vinci, quest’ultima, a sua volta, effettuava fittizie operazioni di “cessione all’esportazione”
dei beni acquistati (prodotti per l’edilizia e per il settore della ristorazione), senza applicazione d’imposta, nei confronti di due società estere riconducibili agli indagati (una tunisina e l’altra algerina), per un totale di 629 milioni di euro nell’anno 2015,
generando in tal modo un ingente credito IVA da 135 milioni di euro, inesistente.

L’importo di 135 milioni di euro, veniva successivamente “spacchettato” (a tranche di importi variabili) e ceduto a terzi,
desiderosi di alleggerire la propria posizione fiscale, a prezzi più che competitivi, pari a circa il 20%-30% del valore nominale. Prezzi, comunque, troppo convenienti rispetto alla media dei prezzi del mercato legale.

Ciò con un duplice evidente vantaggio: per l’imprenditore acquirente, di pagare minori imposte sfruttando il meccanismo della compensazione del credito IVA acquistato, con altri debiti tributari; per l’organizzazione criminale, di monetizzare
immediatamente il falso credito ceduto.

Le indagini hanno, inoltre, dimostrato come il falso credito IVA venisse anche utilizzato quale valore di conferimento per l’acquisizione di quote di aziende sane di rilevanti dimensioni, perlopiù impegnate nel settore pubblico, attraverso appalti milionari.

Il gruppo criminale è riuscito a “vendere” a 30 aziende, operanti principalmente tra Lombardia e Lazio, ben 32 milioni di euro di crediti falsi, oltre ad acquisire il controllo di 3 imprese operanti principalmente nel campo informatico, con appalti di servizi sia con Enti Locali, che con Aziende Pubbliche.

Il denaro proveniente dalle “vendite” del falso credito IVA veniva poi riciclato attraverso un complesso sistema di ulteriori “società cartiere”, per essere poi fatto confluire, in parte, verso i professionisti coinvolti, per il tramite di false fatture di consulenza, ed in parte verso gli altri appartenenti all’organizzazione, attraverso falsi contratti di assunzione presso le società coinvolte nella frode o con la causale “restituzione finanziamento soci”.

Gli accertamenti condotti dalle Fiamme Gialle e dai funzionari dell’Ufficio Antifrode dell’Agenzia delle Entrate, hanno, inoltre, portato alla luce la fittizietà del capitale sociale della stessa Leonardo Da Vinci, sottoscritto per un importo di 20
milioni di euro attraverso il conferimento di obbligazioni al portatore della compagnia petrolifera brasiliana Petrobras che erano, però, scadute da 40 anni.

I reati contestati sono l’associazione per delinquere finalizzata all’emissione di fatture per operazioni inesistenti, l’indebita compensazione d’imposta, l’auto-riciclaggio, la formazione fittizia di capitale, la ricettazione e la dichiarazione fraudolenta.

Al gruppo sono stati sequestrati beni per un valore di oltre 100 milioni di euro. I finanzieri hanno apposto i sigilli a 21 immobili (siti in Lombardia, Liguria, Emilia Romagna e Lazio), quote societarie di 32 imprese (operanti tra Lombardia, Liguria, Piemonte, Emilia Romagna, Lazio, Veneto e Abruzzo), 8 autovetture e diversi conti correnti. Accertata anche l’esportazione di capitali nella vicina Svizzera.

di orlando.mastrillo@varesenews.it
Pubblicato il 16 dicembre 2016
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