Dal carcere al lavoro in Comune prima di riconquistare la libertà. “Fortuna e impegno”

Con una convenzione fra istituto ed ente locale, Italo ha lavorato sei mesi. «Il problema arriva quando esci e non hai un progetto»

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Uscire ogni mattina alle 7 per andare al lavoro e tornare ogni sera alle 18. Una giornata normale, fatta di orari e impegni. Ma con qualche dettaglio diverso: le chiavi di casa infatti non ci sono perchè ogni mattina, e ogni sera, sono gli agenti di Polizia penitenziaria ad aprire i cancelli al detenuto/lavoratore. (Foto di repertorio dell’interno del carcere di Varese durante un evento per Expo 2015)

Succede a Varese dove Italo, ex detenuto ora tornato in libertà dopo aver scontato la pena, ha passato gli ultimi sei mesi di detenzione al lavoro fuori dalla Casa Circondariale. Si chiama “Articolo 21” ed è quello che dà la possibilità di avere un lavoro fuori o dentro il carcere. Nel suo caso il lavoro era esterno e si svolgeva, grazie a una convenzione sottoscritta anni fa, nel Comune di Varese.

«È stata una bellissima esperienza – ci racconta Italo, tornato a casa da circa un mese -. Il mio compito era quello di seguire la squadra impegnata nei sopralluoghi sui corsi d’acqua, sui dissesti idrogeologici e per la difesa del suolo. Ho avuto anche occasione di lavorare in ufficio». Prima di Italo altre due persone avevano già lavorato in Comune a Varese e a breve potrebbe aprirsi un’occasione per un altro detenuto.

Il lavoro è iniziato l’1 settembre 2016 e concluso il 28 febbario 2017. «Da un punto di vista professionale è stata un’esperienza molto valida e da un punto di vista umano sono stato molto fortunato. Le persone mi hanno accolto senza pregiudizi. Ovviamente all’inizio c’è stata un po’ di curiosità sul mondo carcerario, ma è normale che sia così».

Ed è anche grazie all’istituto di via Felicita Morandi che Italo ha potuto lavorare in quei sei mesi. «Quella di Varese non era la mia prima detenzione e prima ero stato in carceri più grandi – ci spiega -. Ma questa ai Miogni è stata sicuramente la più istruttiva e la più costruttiva. Gli istituti piccoli funzionano meglio e danno più possibilità. Sei sotto i riflettori, nel bene e nel male».

Per accedere all’Articolo 21 la persona detenuta deve avere un percorso di reinserimento positivo. «Sono stato fortunato, è vero, ma questa opportunità me la sono anche meritata. È stata una sfida con me stesso – ragiona Italo -. Secondo me il carcere dovrebbe essere un “servizio” sia verso la comunità che verso i detenuti, non un luogo in cui chiudere la “gente cattiva”. È giusto scontare la pena, ma il problema è quando la persona esce. Uscire e trovarti con un sacchetto in mano senza sapere dove andare non aiuta nessuno. Manca una rete e a volte manca anche la volontà dell’ex detenuto. In questo quadro, unito ai pochi mezzi e alla carenza di lavoro, diventa molto dura per un ex detenuto. È un percorso difficile che deve partire dalla persona e dalla struttura».

Le ultime settimane di lavoro in Comune hanno coinciso per Italo con la fine della detenzione. «Era un momento che attendevo con ansia, ma si è unito al dispiacere per il lavoro che non poteva proseguire. Quando sono a Varese, passo sempre in ufficio a salutare».

Italo non è di Varese, ma per motivi burocratici (a un detenuto con pena definitiva viene assegnata come città di residenza quella del carcere) sta affrontando un percorso di ricerca lavoro con il Uepe (Ufficio Esecuzione Penale Esterna) varesino. «Con gli operatori che mi seguono, abbiamo costruito un progetto di ricerca lavoro mirato a precisi tipi di azienda. Quando fai un colloquio c’è sempre un “buco” di storia lavorativa da raccontare, sta al buon cuore di chi ti ascolta darti una possibilità».

Un futuro a Varese, quindi. «Sì, mi piacerebbe rimanere qui, anche per cambiare aria da dove mi conoscono tutti. Varese mi piace molto come città, c’è molto verde ed è a misura d’uomo».

di valeria.vercelloni@varesenews.it
Pubblicato il 12 aprile 2017
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