L’energia delle parole può curare. Parola di Fulvio Fiori

Le parole sono il tessuto connettivo delle nostre emozioni. Sabato 10 marzo (inizio ore 18) l'autore di "Curarsi con la scrittura" e "Le parole che fanno bene" sarà presente alla libreria Ubik

Avarie

Si scrive per bisogno, per abitudine, per piacere, per essere letti, per diventare famosi e ricchi. Primo Levi, di motivi, in “L’altrui mestiere”, ne elenca almeno nove. C’è chi scrive anche per curarsi perché ci sono parole che fanno bene, in grado, come le medicine, di lenire ferite profonde e di salvarci quando tutto intorno a noi sembra perduto. Sabato 10 marzo alle 18 alla libreria Ubik di Varese, lo scrittore Fulvio Fiori, autore di “Curarsi con la scrittura” e “Le parole che fanno bene“, entrambi pubblicati da Tea, spiegherà in cosa consiste il potere terapeutico delle parole.
(sopra Fulvio Fiori. Foto di Oliviero Venturi)

Fiori, da dove nasce questa sua convinzione e come è diventata un metodo?
«Nasce dalla mia esperienza. A quindici anni scrivevo canzoni per esprimere la mia rabbia, poi scrivevo lettere mai spedite alle mie fidanzate. Quando ho iniziato a scrivere per il teatro, mi sono accorto che mi faceva molto bene perché in ogni commedia usciva il rospo. Intorno ai 40 anni è morto mio padre e mia madre è impazzita, una situazione che mi ha indotto a riscrivere tutta la mia infanzia. È grazie a quella scrittura che mi sono salvato perché le parole hanno trasformato il dolore e le ingiustizie in un nuovo sentimento. Era così evidente quella trasformazione che ho vinto anche il Premio Massimo Troisi per la comicità, un effetto collaterale positivo della terapia. Infine un’amica, nonostante le mie perplessità, mi ha chiesto di tenere un corso di scrittura creativa. E così ho continuato a farlo per gli altri».

Lei ha fatto il copywriter, cioè scriveva le pubblicità per grandi multinazionali, come Coca Cola e Nestlé. Quanto le è servita quella esperienza per indirizzarla verso un uso terapeutico della parola?
«È stata fondamentale perché volevo cambiare quel mondo dall’interno. Si facevano spot che insultavano l’intelligenza delle persone, facendole sentire imbecilli. Ero il più feroce moralista di me stesso: niente bambini e donne nude. Cercavo di dire la verità su un prodotto evitando di dichiarare qualità che non aveva. Ho deciso di lasciare il giorno in cui un noto produttore voleva convincermi a utilizzare un’immagine salutare per un prodotto che aveva effetti nocivi sui bambini. Le grandi campagne pubblicitarie fanno leva sulla potenza evocativa della parola e dell’immagine che influenzano mente e corpo. Quando si fanno i test sugli spot pubblicitari, l’unico effetto di cui ci si preoccupa è se il consumatore allunga il braccio sullo scaffale per comprare il prodotto».

Perché lei associa il concetto di energia a quello di parola?
«Prima di parlare con una persona dovremmo pensare bene alle parole da usare. Noi invece ci prendiamo cura della casa, della macchina, degli oggetti più disparati ma non delle parole che usiamo e gli effetti si vedono, soprattutto in politica. Quando un leader dice qualcosa, il suo messaggio si tramuta in azione. Lo sapevano bene i condottieri che sceglievano parole precise per motivare i soldati prima della battaglia. Ed essendo la parola pura energia, puo’ essere utilizzata per una programmazione neurolinguistica positiva».

Ma quanto conta la persona e la sua capacità di ascoltarsi rispetto al metodo e alle regole da seguire?
«Conta moltissimo. Credo che la vera difficoltà in questo percorso sia vincere la pigrizia. Mio padre mi diceva sempre che il cammino me lo dovevo sudare. Quando chiedevano a Giuseppe Verdi quale fosse il segreto per diventare un compositore di successo, rispondeva: lavoro, lavoro, lavoro. Le parole sono il tessuto connettivo delle nostre emozioni, più le faccio emergere e più capisco cosa voglio fare. Ecco perché l’ascolto di se stessi e degli altri è fondamentale. Spesso chiedo alle persone che vengono in terapia che cosa le fa stare bene. In molti non sanno cosa rispondere, soprattutto le mamme che non hanno più i figli in casa e quindi non si identificano più in quel ruolo».

Dobbiamo ascoltare anche l’istinto?
«Noi siamo vittime di una cospirazione a scuola, in famiglia e sul lavoro. Pensi ai bambini di 6 anni che entrano in classe e per ore vengono tenuti incollati alla sedia. Il loro istinto sarebbe quello di giocare ed è giusto perché l’attività motoria è cognitiva, sviluppa neuroni. Non è un caso che nelle grandi aziende si fanno brainstorming saltando e ballando. Nell’evoluzione è fondamentale il movimento ce lo insegna la natura che tutto muove. Bisogna riportare tutto in una sana dimensione naturale, dobbiamo affrettarci senza correre nonostante la tecnologia  ci proponga sempre cose nuove. I mutamenti hanno il loro tempo».

È vero che da piccolo suo padre la sera le leggeva Dante e Leopardi?
«Sì, è vero. Mio padre studiava alle scuole serali per diplomarsi e condivideva con me questa nuova conoscenza. Gliene sono grato perché erano immagini suggestive e potenti. Magari avrò passato qualche notte insonne, ma è da quelle serate che ho iniziato a capire quanta energia sprigionassero le parole».

 

Michele Mancino
michele.mancino@varesenews.it

Il lettore merita rispetto. Ecco perché racconto i fatti usando un linguaggio democratico, non mi innamoro delle parole, studio tanto e chiedo scusa quando sbaglio.

Pubblicato il 09 Marzo 2018
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