Antonino Faraci fu massacrato e il dna incastra l’amico della moglie

Prosegue il processo ai due tunisini latitanti e alla moglie del pensionato ucciso la sera del 12 aprile 2014 nella loro villetta di via Briante

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Antonino Faraci è stato ucciso mentre era steso sul divano e non è riuscito nemmeno a difendersi dalla furia dei colpi in faccia inferti con una statuetta a forma di elefante e con almeno un coltello, poi è stato lasciato a terra agonizzante e, infine, colpito quando aveva ormai esalato l’ultimo respiro, sul collo. Per chi ha operato quella sera la sensazione forte era che non si trattasse di una rapina finita male proprio per l’efferatezza con cui è stata colpita la vittima.

L’omicidio del pensionato di Somma Lombardo, nella sua casa di via Briante, la sera del 12 aprile 2014 è stato ricostruito questa mattina attraverso le testimonianze dei carabinieri che hanno operato nella villetta a schiera di Somma nelle tragiche ore successive all’omicidio per il quali sono finiti a giudizio la moglie Melina Aita, personaggio controverso che si è sempre dichiarato del tutto estraneo alla morte dell’uomo, e i due tinisini  Bechir Baghouli e Slaheddine Ben H’Mida, entrambi latitanti (sono fuggiti non appena le indagini si sono indirizzate verso la moglie della vittima).

Uno ad uno sono sfilati i testi del pubblico ministero Rosaria Stagnaro che ha ricostruito attraverso le loro parole la scena del delitto e le fasi di indagine immediatamente successive e decisive per dare un nome ai volti che, secondo la Procura, sono gli unici responsabili della morte di Antonino Faraci.

Claudio Faraoni è stato il primo carabiniere ad entrare nella villetta: «Ci chiamò il vicino di casa dei Faraci e da Fagnano un pregiudicato della zona, Antonio Accarino che era il nipote di Antonino, dicendo che era successo qualcosa a casa di alcuni parenti a Somma Lombardo e che stava andando lì».

In casa hanno trovato Melina Aita , seduta di fianco al Faraci che era sdraiato supino, parallelo al divano per terra. Aveva il volto coperto di sangue con ferite sulle arcate sopraccigliari e le mani chiuse a pugno. C’era sangue sul divano, sulla spalliera, sulla coperta, su una fotografia appesa alla parete.

Ancora più nel dettaglio la descrizione fornita dal maresciallo Ruggeri della Scientifica: «Faraci non riportava nessuna ferita da difesa. È stato colpito mentre era sdraiato sul divano e poi è caduto a terra dove è rimasto in vita per un po’. Poi è stato colpito al collo dopo la morte, avvenuta attorno alle 19»

Le indagini della scientifica, inoltre, hanno permesso di collegare alcune tracce di dna isolate sulla scena del delitto a Bechir Baghouli grazie alla comparazione con quelle prelevate da una giacca trovata nell’ultima residenza in cui ha vissuto il tunisino prima di scappare: «Nella fretta di fuggire aveva lasciato la casa a due marocchini che avevano ammucchiato tutte le sue cose in solaio, compresi molti capi di abbigliamento dai quali abbiamo estratto il suo profilo genetico, perfettamente sovrapponibile a quello riscontrato in alcune macchie di sangue trovate in casa del Faraci, in particolare nel bagno dove l’assassino si era pulito».

Molto precisa anche la ricostruzione fornita dal maresciallo Salvatore Manca che ha ricostruito i contatti telefonici tra Melina Aita e Bechir Baghouli in quella giornata (chiamate che la Aita aveva cancellato dal suo telefono, ndr), le celle agganciate dalle utenze nei diversi orari della giornata e i passaggi sotto le telecamere comunali e private delle due auto fino a dimostrare, con un’elevata probabilità, che Baghouli (insieme a Slaheddine Ben H’Mida che avrebbe messo a disposizione la sua auto) e la stessa Melina erano entrambi a Somma Lombardo, nei pressi di via Briante nell’orario dell’omicidio.

Il pm ha anche ricostruito, attraverso le testimonianze, i tentativi di mettere in scena una rapina all’interno della casa. Il comandante della stazione di Somma Lombardo Michelangelo Segreto, ha parlato di una camera da letto a soqquadro ma «il disordine sembrava creato apposta. Lo intuimmo dagli oggetti gettati alla rinfusa sul letto e non per terra».

Dalle testimonianze è emerso, inoltre, che in casa è stato trovato e sequestrato un atto di separazione della coppia, che Melina Aita avrebbe avuto una relazione con il suo ex-datore di lavoro, poi sospesa durante la carcerazione e in qualche modo ripresa una volta tornata a casa, e che tra lei e Bechir Baghouli fossero intercorse almeno 260 telefonate tra gennaio e aprile di quell’anno. Un rapporto intenso tra i due che, tuttavia, Melina sminuisce definendo il tunisino «una persona in difficoltà che ho aiutato dandogli qualche soldo».

Infine ci sono alcune conversazioni registrate che la pm ha voluto portare all’attenzione della Corte d’Assise presieduta dal presidente della sezione penale Renata Peragallo. In una di queste si nota Antonia Faraci, figlia di Melina, indicare la possibile presenza di microspie quando la donna è stata chiamata in caserma a Varese per alcuni accertamenti quando lei non era ancora indagata. Per il pubblico ministero in quell’intercettazione ambientale (con una telecamera nascosta) la figlia prima indica il tavolo e poi si porta la mano all’orecchio come dire che ci potrebbe essere un microfono nascosto che registra.

In altre due intercettazioni emergono anche i dubbi dei figli nei confronti della versione raccontata dalla madre. In particolare Antonia parla con la zia, sorella di Melina: prima chiede se le tracce di sangue lavate possono essere rilevate e poi giunge alla conclusione che la madre ha fatto qualcosa, parla di medicine che l’avrebbero fatta impazzire. La risposta della zia è perentoria: «Se è come pensiamo noi non lasciatela mai da sola».

 

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Orlando Mastrillo
orlando.mastrillo@varesenews.it

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Pubblicato il 14 Maggio 2018
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