Sanità pubblica: mancano e mancheranno sempre di più i medici

Intervento di Carlo Ballerio, già Direttore Amministrativo dell’Ospedale di Circolo e Fondazione Macchi di Varese

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Intervento di Carlo Ballerio, già Direttore Amministrativo dell’Ospedale di Circolo e Fondazione Macchi di Varese

Da quest’anno, e per un decennio, secondo i dati mai smentiti, né contestati dell’ANAO, il sindacato dei medici ospedalieri, si registreranno in media circa 5.600 pensionamenti all’anno di medici impiegati nel Servizio Sanitario Nazionale, l’86% dei quali specialisti ospedalieri.

In parallelo, sta aumentando l’età media dei sanitari che rimangono un servizio, una realtà sempre meno compatibile con turni sempre più massacranti per la carenza di personale, con il lavoro notturno e con la gestione delle emergenze nei Servizi di Pronto Soccorso. Si sta andando verso un degrado continuo e, allo stato delle cose, inarrestabile, già avvertibile nell’immediato e nel breve periodo, che raggiungerà il suo apice fra cinque anni, quando diverrà impossibile garantire i livelli assistenziali anche nelle situazioni oggi meno disagiate.

Un quadro drammatico che farà sentire i suoi effetti prima sugli “ospedali minori”, meno appetibili e per questo destinati a ridimensionarsi ulteriormente, ma nessuno lo dice, e poi anche sugli “ospedali maggiori”, molti dei quali già oggi in affanno, il tutto, purtroppo, con buona pace, dei comitati spontanei che li sostengono. Gli stessi Primari delle due ASST della Provincia di Varese hanno lanciato l’allarme sulla carenza di medici nei nostri ospedali. La politica, che sconta i vincoli di bilancio, ma anche la mancanza di capacità programmatoria di lungo periodo e l’arroccamento su modelli gestionali/organizzativi che si sono dimostrati inadeguati, finora ha risposto con promesse non mantenute, discorsi, convocazioni in audizione ed altre amenità simili, cioè solo con parole a fronte di problemi seri e reali.

Va detto che anche le proposte-tampone dei Primari, come l’eliminazione del vincolo della specializzazione per concorrere a posti ospedalieri o “l’arruolamento” con contratti precari degli specializzandi, che comunque sarebbero in numero insufficiente, sono di brevissimo respiro e comportano un costo sociale elevato perché portano ad abbassare la qualità dell’assistenza ospedaliera per un tempo indefinito in un Paese, come l’Italia, dove nulla è più duraturo del provvisorio. A questo punto, a regole attuali, a poco valgono anche le promesse di nuove assunzioni, che avrebbero un senso sul piano pratico e nell’immediato solo se mirate agli infermieri, di cui mancherebbero attualmente circa ventimila unità nei soli ospedali, secondo l’Ordine delle Professioni Infermieristiche.

Il problema dei medici ospedalieri è infatti più complesso. La specializzazione, che oggi è un requisito essenziale, è, e deve rimanere, un imprescindibile fattore di qualità. Da un lato però le Scuole di Specializzazione a numero chiuso non sono in grado di soddisfare la domanda, ed è questo un nodo da sciogliere, e, d’altro canto, occorrono cinque anni per formare un medico specialista, in ritardo cioè per coprire in tempo utile i buchi d’organico. Per questo non basta neppure la scelta dalla Regione Lombardia di vincolare al territorio i nuovi ammessi alle Scuole di Specialità con borse di studio della Regione stessa.

Per gestire la sanità pubblica con la prospettiva di 55-60.000 medici in meno, la maggior parte dei quali specialisti ospedalieri, e solo in piccola parte sostituibili nel medio periodo, forse bisogna cominciare a pensare a modelli alternativi, quelli che consentono di mantenere buoni livelli di assistenza con meno medici, ma con più infermieri. Aprendo le finestre sul mondo, si scoprirebbero soluzioni già adottate con successo in Europa e sperimentati su piccola scala anche in Italia (è il caso all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma). Sarebbe una “rivoluzione culturale”, prima che organizzativa, che per essere generalizzata, richiede il superamento di alcune carenze normative, ma soprattutto un cambio di mentalità, che può trovare anche qualche resistenza laddove qualcuno tema di veder intaccate le rendite di posizione acquisite. Comunque la si pensi su come far fronte alla carenza di medici, quello che è certo è che, continuando solo a parlare, ma a non far nulla, la crisi assistenziale ci pioverà inevitabilmente addosso.

E’ arrivato il momento di smetterla di dire che abbiamo la migliore sanità d’Europa, perché non è più vero e lo sarà purtroppo sempre meno, se si continua così. Ci serve, e con urgenza, un radicale cambiamento di passo.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 30 maggio 2018
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