Parla la grande accusatrice di Cazzaniga: “Informai i superiori ma non fecero nulla”

Audizione fiume per l'infermiera che si oppose al medico anestesista del Pronto Soccorso di Saronno a processo per 14 omicidi: "Era fuori controllo ma era protetto"

processo cazzaniga ospedale saronno

«Mi aspettavo che qualcuno lo fermasse, prendeva psicofarmaci bevendoli direttamente dalla boccetta e prelevandoli dagli armadietti dell’ospedale, a volte biascicava e, in generale, aveva atteggiamenti arroganti, sprezzanti e provocatori con infermieri, medici, pazienti e parenti».

Al processo nei confronti del medico anestesista Leonardo Cazzaniga, accusato di 14 omicidi, e di alcuni tra medici e amministratori dell’ospedale di Saronno per omessa denuncia e favoreggiamento, è stato il giorno della grande accusatrice Clelia Leto (foto), l’infermiera che per prima segnalò i comportamenti anomali da parte dell’allora viceprimario del Pronto Soccorso dell’ospedale di Saronno e che ebbe la forza e il coraggio di denunciare ai carabinieri quanto stava avvenendo.

La donna ha risposto alle domande dell’accusa (pm Cristina Ria e Gianluigi Fontana) e delle difese per 4 ore e mezzo senza interruzione e con grande lucidità nonostante la difficoltà di ricordare fatti, date, nomi, circostanze risalenti ad almeno 4 anni prima. L’infermiera , che lavora ancora nella struttura saronnese ma non più in Pronto Soccorso, ha ricostruito il percorso che l’ha portata a presentare una segnalazione interna (che poi ha dato seguito alla commissione interna che analizzò i comportamenti di Cazzaniga, senza prendere alcun provvedimento) e poi la denuncia del 20 giugno 2014.

Sul profilo di Cazzaniga la Leto ha raccontato del suo carattere molto particolare: «Era odiato e amato. Era popolare per la sua grande esperienza ma con gli infermieri aveva sempre un rapporto difficile. Spesso li metteva in crisi sia personalmente che professionalmente. Ce l’aveva in particolare con gli infermieri stranieri, diceva che non capivano nulla. Ce l’aveva col 118, col personale dei laboratori, con colleghi medici che insultava e denigrava. Ad ogni problema si ergeva come grande medico a confronto con incapaci. Aveva spesso un eloquio volgare, parlava di sesso, ci chiedeva delle nostre pratiche sessuali preferite».

Subito è emerso, dal racconto della Leto, la tendenza del medico all’abuso di farmaci anche a livello personale: «Quando lo riprendevamo, consigliandogli di non esagerare, lui diceva che poteva prenderli perchè era un malato psichiatrico».

Questo succedeva in un reparto dove da qualche anno non solo gli stupefacenti ma anche gli elettroliti erano finiti sotto chiave con tanto di registro a causa di problemi accaduti in passato: «Ricordo che già nel 2012, al mio arrivo a Saronno, si parlava di uso improprio dei farmaci da parte di Cazzaniga e del suo protocollo».

Il protocollo Cazzaniga era un’invenzione dell’anestesista saronnese che metteva in pratica quando si trovava davanti ad un paziente che, a suo giudizio, non avrebbe potuto vivere molto a lungo ed era composto da farmaci anestetici come il Midazolam, il Propofol, altri anestetici e in qualche caso la morfina. L’obiettivo sarebbe stato quello di portare alla morte il paziente.

Fu quando la Leto si ritrovò a lavorare fianco a fianco con il medico che si accorse che le voci che giravano era vere: «Ebbi modo, in due casi, di vedere all’opera come metteva in atto il suo protocollo. Ricordo il caso di una paziente ultraottantenne arrivata da una casa di riposo. Ero agitata perchè era una delle mie prime gestioni in autonomia di un codice rosso. Ricordo che disse all’operatore del 118 al telefono che se avessero portato quella paziente in pronto soccorso lui avrebbe applicato il protocollo. Quando arrivò io cercai di liberarle le vie aeree e lui mi disse che era inutile l’accanimento terapeutico. Ci fu una discussione sull’eutanasia: lui sosteneva questa pratica, ci furono toni accesi nella nostra discussione».

Il secondo caso la costringe a fare una scelta, quella di non mettere in atto le indicazioni del medico: « Nel caso della signora Baraggi ricordo che ero agitata perchè avevo appena fatto la segnalazione alla direzione per la morte del Lauria (una delle 11 vittime in ospedale addebitate a Cazzaniga, ndr). Lui era nervoso e aggressivo con me e con la malata. Mi rifiutai di somministrare i farmaci che lui mi indicó perchè sapevo che erano farmaci e dosaggi del protocollo. Lui mi disse che se non me la fossi sentita lo avrebbe fatto lui e poi aggiunse: se lo faccio mi denunci? Io risposi di sì. Ci fu uno scontro verbale durissimo. Li mi minacció pesantemente: tu hai finito di lavorare, io ti ammazzo (professionalmente). Lui poi non somministrò quei farmaci e cambiò terapia».

Altro momento inquientante fu il giorno in cui Cazzaniga si presentò in ospedale fuori dal turno per prendere del Midazolam dall’armadietto sotto chiave: «Ricordo che avvenne nel periodo di ricovero del suocero di Laura Taroni (Luciano Guerra, una delle vittime in famiglia addebitate al medico). Cazzaniga venne in ospedale in borghese e prelevó una siringa di Midazolam dall’armadietto e si accorse che l’avevo notato. Quell’episodio mi preoccupò molto e dopo la morte del Guerra, del marito di Laura Taroni, della madre e pure dello zio, tutti in pochi mesi, cominciò a farsi strada dentro di me l’idea che quei decessi non fossero casuali».

La Leto ricorda anche l’atteggiamento a dir poco permissivo del medico nei confronti di due noti pregiudicati e tossicodipendenti di Saronno: Graziano Camarda e Lucio Cortese entrarono più volte in Pronto Soccorso seminando il panico e chiedendo espressamente di Cazzaniga (in particolare il Camarda) che – invece di affrontarli a muso duro o chiamare le Forze dell’Ordine – li assecondava anche con i farmaci.

Nonostante tutti questi episodi gravi, con Cazzaniga sempre protagonista, l’infermiera notava una tolleranza da parte del primario Scoppetta, il quale sapeva che Cazzaniga faceva uso di farmaci antidepressivi senza ricetta e dell’applicazione del protocollo. Tutti in ospedale sapevano del protocollo Cazzaniga: «Scoppetta, Valentini e la coordinatrice infermieristica Banfi sapevano perchè informate da me svariate volte. Non solo io ma anche altri colleghi si lamentavano di questo modo di comportarsi».

La segnalazione del 2013 era sata portata all’infermiera capo e poi di persona a Valentini – ha raccontato la Leto – il direttore si disse preoccupato per gli atteggiamenti di Cazzaniga e annunciò che avrebbe fatto maggiore attenzione «ma dopo quelle parole nessuno mi chiamó più per confermare accuse. Ci convocarono dopo la famosa commissione che doveva analizzare la correttezza dei comportamenti di Cazzaniga per darci l’esito in cui ammisero problemi di rapporto e i dosaggi esagerati ma non si poteva essere certi del fatto che avevano causato la morte di quei pazienti. Io dissi solo che non sarebbe finita qui».

Cazzaniga continuó a lavorare in pronto soccorso ma non fu più viceprimario. Dopo un po’ di tempo si mise in malattia per due mesi: «Pensai che fosse un modo per allontanarlo senza prendere provvedimenti ma poi tornò». Ci fu un’altra morte sospetta con una donna che si presentò con una spalla lussata: «La dottoressa Faluomi non chiamó il rianimatore per la sedazione ma chiese a Cazzaniga che le somministró la morfina e la donna morì».

La Leto è stata poi interrogata dai difensori di Valentini e Scoppetta e controinterrogata dalla difesa di Cazzaniga. I difensori hanno cercato di metterla alle strette cercando di farla cadere in contraddizione, giocando anche sui ricordi a volte un po’ confusi rispetto ai verbali con le dichiarazioni rilasciate ai carabinieri 4 anni prima.

Il processo proseguirà lunedì. Intanto emerge il numero preciso di testi che sfileranno davanti alla Corte d’Assise presieduta da Renata Peragallo, saranno 249.

TUTTI GLI ARTICOLI SUL PROCESSO

di orlando.mastrillo@varesenews.it
Pubblicato il 15 giugno 2018
Leggi i commenti

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.

Segnala Errore