I giganti non entrano nel dettaglio, le startup italiane sì

Nell'area dell'ex Enel in viale Belforte il Gruppo giovani di Aime ha organizzato Restartup un convegno dedicato alle nuove imprese innovative

Aime generiche

Se si osserva bene questa foto, scattata durante Restartup, l’evento organizzato da Aime Giovani nella ex area Enel di viale Belforte, ci si accorge subito di un particolare: i giovani startupper sono in piedi e parlano, la classe dirigente è seduta e ascolta. È stato il momento più interessante di una mattinata ricca di interventi perché di fatto ha individuato un punto fermo da cui si puo’ partire quando si parla di nuove imprese: l’innovazione in Italia segue un percorso tutto suo e non necessariamente sbagliato. A cominciare dall’uso del termine startup, di questi tempi «fin troppo abusato», secondo il sottosegretario allo Sviluppo Economico Dario Galli, ma lontanissimo dal modello della Silicon Valley dove, con quel termine, si indicano imprese innovative ad alto contenuto tecnologico in genere finanziate da business angel e venture capitalist, figure e capitali di rischio poco presenti nel Belpaese. Il loro destino naturale è la cosiddetta “exit“, cioè la vendita delle quote e l’uscita dall’investimento. Un epilogo piuttosto raro tra le startup nostrane.

Angelo Senaldi, delegato di Aime all’innovazione, parla di «problema culturale» che potrebbe essere superato con una maggiore e puntuale informazione, soprattutto quando si parla di industria 4.0 e sharing economy. Colpisce a questo proposito l’affermazione di Fabio Lunghi, presidente della Camera di Commercio, secondo cui non mancherebbero i soldi e le agevolazioni per chi vuol dar vita ad una startup. Il vero problema è rappresentato invece dalla scarsa informazione dei giovani imprenditori sull’esistenza di questi strumenti facilitatori.

«Tutti parlano dei giovani, ma nessuno parla con i giovani» sentenzia Lunghi. Un buon motivo per iniziare a parlare con la classe dirigente i giovani startupper presenti al convegno di Aime lo hanno avuto, dimostrando idee ben chiare circa il loro modello di business. Dalle parole non trapela solo un sano e giovanile entusiasmo per l’idea imprenditoriale. C’è infatti la convinzione che un’idea funziona se il prodotto o il servizio vengono ritagliati come un abito sul cliente, la cosiddetta customizzazione
«I giganti non entrano nel dettaglio». L’immagine del 23enne Andrea Porrini, fondatore di Ap Servizi, azienda di Brebbia che gestisce eventi, è perfetta per inquadrare le startup italiane. Aspetto su cui insistono anche Davide Genovese e Simone Bresciani di Teachcorner, piattaforma dove studenti che devono fare ripetizioni e professori che offrono il loro sapere, attraverso un’accurata profilazione, possono trovare risposte precise alle loro richieste.

Per Matteo Virelli, manager di Friendz, piattaforma che usa i social per fare campagne pubblicitarie, sono fondamentali la comunità e «il rapporto di fiducia» che si instaura con il cliente-amico. Se il cliente si fida e condivide i valori dell’impresa allora tutto diventa più facile. Una condizione imprescindibile per un’impresa che opera nel food, come la Legù di Albizzate, prima in Italia a lanciare sul mercato la pasta di legumi.  «La startup altro non è che la proiezione della forza di un’idea imprenditoriale – conclude Elisa Neri – E quando capisci che si può fare non hai scelta: lasci tutto e ti butti a capofitto nella nuova avventura».

di michele.mancino@varesenews.it
Pubblicato il 15 settembre 2018
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