Omicidio Faraci, parla Melina: “Come potevo ucciderlo dopo 50 anni insieme?”

La moglie di Antonino, massacrato nella loro villetta di Somma Lombardo nel 2014, è accusata di aver organizzato una finta rapina con due tunisini oggi latitanti. Stamattina ha risposto alle domande

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Al processo per l’omicidio di Antonino Faraci è stato il giorno della moglie Melina Aita, accusata di aver orchestrato l’omicidio del marito insieme a due tunisini Bechir Baghouli e Slaeddine Ben Mida, attualmente latitanti in Tunisia.

Prima di lei aveva parlato Andrea Faraci, il secondo figlio della coppia, tornato appositamente dagli Stati Uniti, dove vive dirigendo una scuola di ballo.

Sono stati molti i momenti di commozione per la donna, ormai alle soglie dei 70 anni, che ha ribadito in ogni modo la sua innocenza e che ha sempre descritto il suo rapporto con Bechir e con altri due tunisini (tale Ciccio e l’ex-fidanzato della nipote e poi della figlia) caratterizzato da una forte propensione a fare del bene a persone sfortunate: «Non ho mai pensato in vita mia di fare del male a mio marito. Stavamo insieme da 50 anni e siamo sempre andati d’accordo – racconta ai giudici della Corte d’Assise -. A Bechir ho solo dato dei soldi perchè mi diceva che non poteva nemmeno mangiare e io provavo pena per lui».

Un’idea di bontà che il figlio Andrea, invece, non ha mai condiviso ma che, comunque, ha sempre assecondato: «Non sopportavo che il fidanzato di mia nipote fosse questo ragazzo tunisino – ha raccontato – e ancora meno ho accettato che dopo la morte di Francesca (avvenuta in un tragico incidente stradale nel 2011, ndr) lo stesso si fosse messo con mia sorella Antonella. Nonostante questo una volta mi feci convincere a comprare anche una stufa elettrica per questo ragazzo che diceva di dormire al gelo perchè senza riscaldamento».

Andrea Faraci, 35 anni e una vita di successi oltre-oceano, sembra decisamente diverso dal resto della famiglia ma è anche un perno importante sul quale sia Antonino che Melina facevano affidamento: «La casa di via Briante a Somma Lombardo l’ho comprata io ed è ancora intestata a me – racconta – l’ho comprata per i miei genitori che mi hanno fatto studiare ballo e mi hanno assicurato un futuro».

Entrambi hanno raccontato dei momenti difficili passati quando Melina faceva due lavori per rimediare i soldi per fare la spesa ma anche per far proseguire le costose lezioni di ballo al figlio: «Avevo chiesto prestiti al mio datore di lavoro Pennisi» – che poi si scoprirà essere stato l’amante della donna per quasi 10 anni.

La pubblica accusa, rappresentata dal pubblico ministero Rosaria Stagnaro, ha cercato di far emergere tutte le incongruenze della versione data dalla donna, passando al setaccio nuovamente gli spostamenti di quel 12 aprile 2014, quando Melina incontrò Bechir Baghouli a Busto Arsizio poco prima dell’omicidio, le omissioni negli interrogatori che si sono susseguiti nei giorni successivi, i dubbi dei familiari su di lei.

Le risposte di Melina sono spesso frammentate dalle lacrime ma la versione è sempre la stessa: «Bechir mi assillava di squilli sul telefono fino a quando non l’ho richiamato – ha raccontato – lui mi ha fatto la richiesta e io ho chiesto ad Antonino di darmi 50 euro da dare al ragazzo con la promessa che sarebbe stata l’ultima volta che lo avrei aiutato».

«Questa tendenza a voler aiutare il prossimo in difficoltà – ha sottolineato Andrea Faraci – risale a quando vivevamo a Vergiate e prendevamo in casa senza tetto nelle notti d’inverno. Da quando ha cominciato ad aiutare questi tunisini, invece, sono iniziati i furti e le rapine in casa (almeno tre tra prima e dopo l’omicidio, ndr)».

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di orlando.mastrillo@varesenews.it
Pubblicato il 16 ottobre 2018
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