I commenti all’altare e gli sputi sul quadro: la Gallarate del contemporaneo ha sempre stupito

Nel 1953 le contestazione all'arte "picassiana" furono ben più radicali dei commenti da social network sul nuovo altare di Santa Maria Assunta. Solo uno degli episodi dell'arte contemporanea - dalla scultura all'architettura, al teatro - che ha trovato terreno fertile in città

Arte generiche

Era il 1953, il Premio Arti Visiva Gallarate premiò la “Donna in viola” di Bruno Cassinari. «Opera di gusto vagamente picassiano», che fece scandalo: «Alcuni benpensanti si accanirono proprio su quella: alcuni, molti, ci sputarono sopra» ricorda Giovanni Orsini, che oggi è il presidente del Premio Gallarate. «Ricordo ancora il professor Zanella che lo ripuliva, la sera. Eppure altre opere molto più impegnative non furono così contestate» (qui la scheda della Donna in viola, sul sito del Maga).

È la Gallarate del contemporaneo, una città che ha saputo essere provocatoria, conflittuale e stimolante, dal Dopoguerra in avanti. Fino al nuovo altare della Basilica, opera di Claudio Parmiggiani, che ha fatto discutere come non mai, con centinaia di commenti sui social, ma anche interventi qualificati, favorevoli o critici, compreso chi ha seguito la genesi dell’opera. È stato additato come “altare delle teste mozzate” su alcune testate, mentre l’opera si è guadagnata anche – stando anche solo ai quotidiani  – un ampio spazio anche sui grandi media, fin sulle pagine nazionali di Repubblica e Corriere. Su Avvenire o – all’opposto – sulle testate del cattolicesimo antimodernista e preconciliare.

Cerimonia di dedicazione dell'altare della Basilica di Gallarate

«L’arte sacra ha visto tante contestazioni, da Giotto alle nudità di Michelangelo, alle opere di Caravaggio: i domenicani ne spostarono una preferendogli Carracci, a Roma contestarono la vocazione di San Matteo con il santo rappresentato con i piedi sporchi» ragiona ancora Giovanni Orsini. Che riportando al caso dell’altare gallaratese, dice che «sarebbe stato assurdo se nessuno ne avesse parlato: l’altare prima era ignorato, chi entrava alzava solo lo sguardo verso l’architettura. Oggi è diventato centrale e ha dentro un classicismo che richiama quello della chiesa neoclassica».

Dal punto di vista dell’arte visiva, il Premio d’Arti Visive Città di Gallarate è stato centrale nel definire il ruolo della città. Capace di innalzarsi sulla sonnolenta provincia per guadagnarsi uno spazio e una notorietà: certo non è il gran laboratorio che è Milano, ma un certo ruolo è riconosciuto, almeno in provincia, con quella definizione di piccola Atene che si era guadagnata ai tempi in cui tutt’intorno l’unica parola d’ordine era fare soldi, per fare soldi, per fare soldi. Non mancarono le contestazioni, anche al Premio Gallarate. Non solo la “Donna in viola”, ma anche altre opere, a volte per ragioni di costo: «Ricordo le critiche per l’acquisto dell’opera futurista di Emilio Vedova: l’avevamo comprata per 2mila lire, lo stesso prezzo di una veduta di Santa Maria del Fiore di Carrà. Il primo fu criticato, il secondo non fece discutere. Oggi il Carrà vale 50mila euro, il Vedova oltre 300mila».

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L’urto di Emilio Vedova, Premio Gallarate 1949

Quando si parla di una città, si parla di tanti soggetti diversi. L’amministrazione pubblica – il Comune – ma anche la Chiesa, i committenti privati. Così in architettura si può citare l’audacia della Casa del Fascio di Giulio Minoletti: monolite razionalista, costruito nel 1940 a guerra già iniziata, sembrava con le sue forme anticipare il superamento del fascismo e della sua retorica tronfia e romaneggiante. A differenza della più tradizionale Casa del Balilla di Paolo Mezzanotte, attuale biblioteca, la Casa del Fascio ancora oggi provoca e fa discutere animatamente, per quanto dimenticato dall’ente pubblico (dopo una fase di parziale recupero interno, non c’è più alcun progetto).

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 Una visione della Casa del Fascio, secondo il progetto originale

E – passando all’edilizia privata – quanto stupore destò, all’inizio degli anni Settanta, il “condominio Camma” di Carlo Moretti tra via XX Settembre e piazzetta Guenzati? Un inserimento straniante nel cuore del vecchio Borgo, che sembrava una casa del futuro, rifiutava le forme tradizionali, inseriva passaggi aerei e gallerie vetrate, usava con audacia il cemento. E ancora superava la distinzione tra spazio pubblico e privato, con quel passaggio pedonale  “ricco di suggestioni metropolitane”. A distanza di quasi mezzo secolo, parla ancora di futuro. O quantomeno del futuro come lo immaginavano allora, tecnologico, rivoluzionario, orfano di ogni passato.

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il Condominio Camma visto dal passaggio pedonale interno

E se già un edificio privato faceva discutere, figuriamoci un monumento, gesto pubblico e collettivo per definizione: grande fu lo stupore (e accese le polemiche) per il nuovo monumento alla Resistenza realizzato da Arnaldo Pomodoro e inaugurato nel 1980. Il professor Zanella contattò più di duecento tra artisti, gallerie e critici, selezionò opere di Andrea Cascella, Pietro Consagra, Fausto Melotti, Floriano Bodini, Marcello Morandini e Vittorio Tavernari. E alla fine la commissione scelse il “Movimento di crollo” di Pomodoro, monolite spezzato che superava del tutto la rappresentazione figurativa della Resistenza: rivoluzionario, nella misura in cui proiettava del tutto l’eredità antifascista nella contemporaneità, fuori dal reducismo. Fece discutere, ma segnò con forza il paesaggio urbano, inserito tra architetture spiccatamente moderne.

Arte - Mostre

E il segno del contemporaneo è anche nell’arte sacra, non solo oggi con l’altare: esemplare è l’edificio della chiesa di San Paolo a Sciarè, firmata a inizio anni Settanta dagli architetti Maria Rosa Zibetti Ribaldone e Benvenuto Villa.  Disegnarono un edificio che richiamava le forme di una nave, superava l’idea delle navate e – disponendo i fedeli intorno all’altare – rifletteva i dettami del Concilio Vaticano II, mentre l’assenza di recinzioni abbatteva ogni separazione con la città degli uomini, tutta intorno. La contestazione, allora, rifletteva un impianto più ideologico: «Il giorno della consacrazione con il cardinal Colombo, il parroco don Guglielmo trovò la chiesa imbrattata con vernice rossa, ci scrissero “più case, meno chiese, no alle piramidi dei padroni”» ricorda ancora Giovanni Orsini.

Sciarè generica

Oggi quella di Sciarè è la chiesa di don Alberto Dell’Orto, il grande animatore del Teatro delle Arti che in pieni anni Settanta ebbe l’ardire di portare Dario Fo, che reinterpretando la “tradizione dei giullari medievali” fu rivoluzionario nel teatro. Le Arti erano e sono un teatro parrocchiale, un caso pressoché unico di realtà così aperta alla sperimentazione: un altro capitolo del laboratorio-Gallarate.

di roberto.morandi@varesenews.it
Pubblicato il 16 novembre 2018
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