Empatia e formazione: “Così intercettiamo le violenze alle donne”

È un'equipe quasi interamente al femminile quella che, dal marzo scorso, opera per contrastare i reati contro le donne. Due dottoresse del pronto soccorso le sentinelle che attivano l'allarme

Pronto soccorso, è di nuovo caos

Sono tutte donne, o quasi. Sono determinate a dare un contributo importante per difendere le vittime di botte e soprusi.

Sono medici, psicologhe, volontarie, magistrati: tutte accomunate dalla voglia di cambiare le cose. Nel marzo scorso, a Varese è nata una task force multidisciplinare per fermare la piaga della violenza contro le donne.

Guidate dal procuratore della Repubblica Daniela Borgonovo, due dottoresse del pronto soccorso di Varese, insieme alla psicologa e al personale dello sportello Amico Fragile_Dico Donna, dal marzo scorso sono già intervenute in 74 casi, proponendo un percorso di cura e assistenza protetta per le vittime.

« Da 30 anni al pronto soccorso ne ho assistite davvero tante – dichiara la dottoressa del PS Daniela Silvestri – Oggi, però, finalmente vedo che si sta abbattendo un muro. Quello della paura fatto anche di indifferenza. C’è consapevolezza, se ne parla e questa presa di coscienza sta incrinando la barriera di omertà ma anche di rassegnazione. Anche noi al pronto soccorso siamo più attenti e vigili ai piccoli segnali che nascondono le terribili verità. Abbiamo anche maggiori strumenti di verifica e più preparazione».

sottoscrizione protocollo intesa per donne vittime di violenza

(La presentazione del protocollo definito dalla Procura della Repubblica)

Dal marzo scorso, le due dottoresse dell’ospedale di Varese hanno preso in carico 40 casi di violenze verso le donne: « Il campanello d’allarme scatta al momento del triage – spiega Francesca Carbone – l’infermiere ascolta ma, contemporaneamente, comincia a guardare la scheda della paziente. Cerca indizi e segnali del passato. Poi indaga per avere ulteriori conferme: è qui che interviene l’empatia. Se il dubbio diventa quasi una certezza, scatta il modello di assistenza opportuno. Si assegna il codice giallo e si accompagna la paziente in una saletta in un’area riservata. Verrà quindi raggiunta dal medico opportunamente informato della questione.Nella saletta c’è solo la donna: questa è una regola che vale per tutti coloro che vengono assistiti in PS, non si sgarra. Solo se c’è espressa volontà del paziente e con il consenso del medico, può accedere anche l’accompagnatore. Così, in un clima protetto, si ascolta e si aiuta la paziente a tirar fuori la sua storia. Se ravvediamo la necessità, coinvolgiamo la psicologa e facciamo scattare il protocollo: a seconda della gravità della situazione, possiamo anche ricoverare la donna. Al nostro fianco c’è sempre la dottoressa Nanni, braccio destro del procuratore Borgonovo, che attiva il sistema di protezione adeguato con le forze dell’ordine».

Fattori culturali, ambientali e famigliari sono spesso alla base delle situazioni più estreme: « Ho conosciuto donne che hanno resistito finché i figli sono stati al “sicuro” – spiega la dottoressa Carbone  Altre terrorizzate che non si fidavano di nessuno. Con questo sistema di accoglienza, oggi siamo in grado di fornire una vera protezione. La denuncia fa scattare il sistema di tutela attraverso Amico Fragile».

Superare la diffidenza e la paura rimane lo scoglio più duro: « Spesso – rivela la dottoressa Silvestri – arrivano in pronto soccorso quando sono sole, con il marito o il compagno al lavoro. Poi, però, tremano se squilla il telefono perchè si sentono sempre controllate. Le ferite sono spesso lievi, con prognosi sotto i 20 giorni: in questi casi, si può intervenire solo se c’è la denuncia della donna. E qui si innesca la paura della vendetta. In questi anni, non mi è mai capitato, fortunatamente, di intervenire in situazioni drammatiche. Nè, tantomeno, di occuparmi di bambini: nonostante la lunga esperienza, è ancora molto difficile reggere l’emozione davanti alla sofferenza dei più piccoli…».

Sono donne abituate alle situazioni limite: in pronto soccorso, ogni giorno hanno a che fare con reazioni violente e spesso al limite. Ciò non scalfisce, però, la loro determinazione: « Siamo una bella squadra – commenta Francesca Carbone – animate dall’entusiasmo di chi crede in ciò che fa. Ci abbiamo lavorato tanto per mettere a punto il protocollo e continuiamo a confrontarci per migliorarlo. Noi ci siamo, per le donne che soffrono in silenzio».

di alessandra.toni@varesenews.it
Pubblicato il 29 novembre 2018
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