La cura dei pazienti? Passa anche dalla conoscenza di fede e religione

Medici ed esperti a confronto in un convegno organizzato all'Università dell'Insubria

crocifisso

«Cura il prossimo tuo come vorresti essere curato, se fossi lui», con queste parole Elisabetta Moneta Mazza, docente dell’Università dell’Insubria, ha aperto la discussione “Prendersi cura: come comunicare?” che si è tenuta in ateneo lunedì 5 novembre. Da diversi anni il nostro paese ospita molte persone di nazionalità, cultura e religione differenti, una situazione che si rispecchia anche nelle sale degli ospedali.

Per questo motivo, medici e infermieri hanno spesso a che fare con pazienti di confessioni diverse e con approcci, bisogni e tradizioni differenti. In particolare, queste necessità riguardano: la preghiera, il rispetto delle festività, ma anche la cura del corpo, oppure il rifiuto di alcune terapie. I mediatori culturali fanno del loro meglio per facilitare la comunicazione tra i pazienti e gli operatori sanitari, ma a volte il loro impegno non basta. Secondo gli esperti infatti, se medici e infermieri riuscissero ad approfondire la conoscenza delle diverse religioni, sarebbe più facile costruire dei rapporti di fiducia migliori con i pazienti.

Daniele Bertollo e Irene Banfi, medico e infermiera esperti in cure palliative dell’Hospice di Varese, hanno raccontato: «Una persona che viene ricoverata in ospedale, arriva sempre in uno stato di vera difficoltà. L’accoglienza deve quindi essere svolta con molta attenzione». La dottoressa ha inoltre aggiunto: «noi infermieri siamo spesso di fretta, ma se riuscissimo a trovare il tempo e il coraggio di porre ai pazienti delle domande delicate e personali, come ad esempio chiedere la sua religione, allora si riuscirebbe a instaurare un legame forte tra paziente e infermiere».

Alla tavola rotonda è intervenuto anche Alberto Scanni, direttore generale dell’Istituto tumori di Milano e consigliere dell’associazione Medici cattolici Milano. «Qualche anno fa, diedi a una mia collega di fede musulmana la possibilità di utilizzare una sala dell’ospedale per pregare – ha raccontato Scanni -. Il caso finì sui giornali e qualcuno disse che la Comunità ebraica di Milano mi aveva accusato di aver favorito una religione rispetto alle altre in un luogo pubblico. Invece, pochi giorni dopo, si presentò da me il presidente stesso della Comunità ebraica per chiedermi se anche loro avrebbero potuto usare anche loro la stessa stanza per pregare e ovviamente dissi di sì. Ora in quella stanza si può trovare un armadietto con all’interno sia la Torah che i tappetini per la preghiera musulmana».

All’incontro ha partecipato anche IlhamAllah Chiara Ferrero, segretario generale della Comunità religiosa islamica. «Non si deve confondere la religione con la nazionalità – ha spiegato Ferrero -. Infatti, la fede varia molto anche in base alla cultura del paese in cui è praticata, così come variano anche le pratiche e i bisogni». Chiara Ferrero ha poi aggiunto: «Oltre agli aspetti più noti come il rispetto delle festività e le proibizioni alimentari, è importante tenere conto anche dei diversi modi di prendersi cura del proprio corpo. Per esempio, in alcune zone di religione islamica è molto importante la depilazione maschile e la cura della barba, mentre in altre vige un forte senso del pudore. Sono tutti piccoli aspetti, ai quali si può prestare attenzione per migliorare il rapporto con il paziente».

Giorgio Mortara, gastroenterologo e Presidente onorario dell’Associazione medica ebraica, ha spiegato come sia difficile per gli ebrei in Italia sottoporre i bambini alla circoncisione in sicurezza. «Nel nostro paese esistono solo due ospedali che praticano la circoncisione, uno è a Roma e l’altro è a Torino. Gli ospedali in Lombardia non accettano di eseguire questa operazione, perché è ritenuta non terapeutica e quindi un peso non necessario sul bilancio». Anche il sindaco di Varese Davide Galimberti è intervenuto all’incontro: «Le città sono in continua trasformazione e le cure alla persona sono sempre più richieste. Le istituzioni devono essere in grado di fornire questi servizi sociosanitari nel modo migliore possibile». Galimberti ha poi concluso dicendo: «Questo incontro ci permetterà di capire come muoversi al meglio e vedere quest’aula piena di giovani mi lascia ben sperare su come saranno le città del futuro».

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Pubblicato il 07 novembre 2018
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