La violenza distrugge, sui social e nella vita reale

La brutta vicenda che coinvolge diversi adolescenti a Varese ha alcuni riflessi che finora sono rimasti in secondo piano. C’è un aspetto non indifferente che riguarda la loro capacità di comunicazione

Foto generiche violenza sulle donne

La brutta vicenda che coinvolge diversi adolescenti a Varese ha alcuni riflessi che finora sono rimasti in secondo piano. C’è un aspetto non indifferente che riguarda la loro capacità di comunicazione.

Da alcuni anni ognuno di noi ha in tasca un oggetto potentissimo. Lo smartphone ci tiene connessi sempre e ovunque. Ha accorciato ogni distanza, ma soprattutto ci rende tutti potenzialmente protagonisti.

Per farcene un’idea bastava sintonizzarsi domenica sera su Che tempo che fa dove, tra gli altri, era ospite Pippo Baudo. Per gioco, ma mica tanto, Fabio Rovazzi, che condurrà con lui Sanremo Giovani, ha aperto un account Instagram al celebre presentatore. Ha pubblicato alcune foto giocando con ironia e nel giro di poco hanno iniziato a seguirlo decine di migliaia di persone.
È solo l’ultimo esempio di come siano cambiati i tempi e le caratteristiche della comunicazione. Più che la coppia Rovazzi-Baudo, è interessante vedere cosa succede con alcuni veri “fenomeni” di questa nuova era digitale. C’è una sorta di venerazione per nuove celebrità che passano ore su Instagram e tutto sembra accorciarsi. Viviamo in una dimensione dove chiunque può apparire e costruirsi un personaggio, vero o meno che sia.

Insomma, la tecnologia offre opportunità di ingresso al mondo della comunicazione come mai è successo. Così i ragazzini sono diventati esperti prima di video fatti nelle loro camerette, poi di format veri e propri, poi di dirette da ovunque si trovino. Attività che riducono ancora di più le distanze, ma soprattutto permettono a chiunque abbia un minimo di dimestichezza di diventare protagonista. Successo e soldi sembrano, così, alla portata di tutti. Sono stati scritti libri su libri su come diventare ricchi con YouTube, con Facebook, con Instagram, con Musically e via di questo passo. I giornali osannano e amplificano le popolarità del ragazzino di turno e ogni anno che passa si abbassa l’età e con questa si estende la possibilità di uscire da un anonimato che per molti è il sinonimo dell’esser il più sfigato.

Non si pensa alla fragilità che porta con sé l’adolescenza. Si cerca e si inneggia solo al successo. Like e follower diventano le parole magiche che si inseguono come per un orsetto il miele. Fin qui non c’è quasi niente di nuovo per chi ha un minimo di pratica con la dimensione digitale.

Stiamo parlando solo del contesto. Questo però non porta solo l’inseguimento della notorietà fatta di abilità, doti, merito e altro. Non è solo foriero di strumenti che facilitano la connessione dei mondi per scambiarsi idee, opinioni, informazioni, magari compiti di scuola o dritte su come fare o non fare cose. La dimensione digitale diventa anche un ambiente dove amplificare le proprie vite in un continuo avvitarsi tra ciò che si fa e ciò che si dimostra. Si può capire così il rischio a cui è esposto ogni ragazzo che sia protagonista o vittima.

Nella storiaccia che vede coinvolti i ragazzi delle violenze descritte in questi giorni, entra in modo dirompente la dimensione social tanto che “vittima e carnefici” entrano in contatto grazie alle stories di Instagram, ma anche grazie ad una lunghissima diretta sullo stesso social a cui hanno assistito centinaia di persone. I protagonisti in video si fronteggiano senza alcun timore e si scambiano opinioni come fossero dentro un videogioco o una puntata di una fiction. Non hanno alcuna remora a coinvolgere altri giovanissimi amici e raccontano i fatti delle violenze come parlassero della puntata precedente della serie. Tutto questo è entrato nelle nostre vite più di quanto si potesse immaginare e richiede una capacità di ascolto e analisi ben più complessa di quella a cui eravamo abituati parlando dell’adolescenza.

La scuola sta facendo molto. Insegnanti, dirigenti e genitori sono in prima linea impegnati in questa nuova era della comunicazione. Spesso subiscono queste trasformazioni perché sono così veloci che si fatica a stare al passo con il cambiamento. Cinque anni fa tutti i teenager sognavano di entrare in Facebook. Oggi nessuno, o quasi, di loro popola un social vissuto come una cosa da vecchi, dove stanno solo i genitori o i prof. Poi c’è tutta la sfera della loro privacy e per questo il mercato aveva trovato una soluzione ideale in Snapchat, il sistema di messaggistica che resta online solo per poco. A questo si è affiancato subito il più popolare Instagram con le stories. I ragazzi pensano di esser al riparo dagli sguardi indiscreti perché tengono privati i loro account, ma poi godono nell’avere tanta attenzione da parte degli altri. Altrimenti come si spiegherebbe il fatto che un giovane appena uscito dall’ospedale senta la necessità di fronteggiarsi con chi una settimana prima lo aveva spedito in ospedale? Non basta pensare che siamo solo dentro una dimensione digitale, perché ormai la distanza con l’altro mondo, quello che illusoriamente chiameremmo reale, non c’è quasi più.

Il guaio è che molti non si rendono conto dei rischi che corrono e fanno correre. Sono dentro il game, come lo chiama Baricco. Si muovono lì, come esperti di surf sfruttando ogni piccolo soffio di vento, ma la violenza fa male sempre, e soprattutto non permettere di crescere. La violenza distrugge e genera un protagonismo dalle ripercussioni terribili.
Una storia che ci sollecita all’ascolto più che al facile e banale giudizio, perché si passi a una conoscenza maggiore dei fatti, ma ancor più dei fenomeni che ci accompagnano anche quando ne siamo completamente ignari.

di marco@varesenews.it
Pubblicato il 20 novembre 2018
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